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mercoledì 10 luglio 2013

Sarà per un'altra volta - un nuovo ebook di Martin Milk


Il sesso è come un diamante, ha più facce. Questa è una di quelle.

Un tag efficace per presentare una nuova raccolta di racconti erotici firmati da Martin Milk, autore di ebook a tematica gay bear che abbiamo già incontrato con il precedente Storie da Orsi, edito in formato elettronico da Lite Editions. Il nuovo ebook s'intitola Sarà per un'altra volta e altre storie di orsi, di viaggi e di amore tra uomini, per l'etichetta Eroscultura.

La metafora del diamante ben si adatta al variegato universo dell'eros omosessuale, e forse in particolar
modo a quello degli orsi, spesso additati come diversi tra i diversi. Portatori di un'estetica sensuale che, per quanto ormai commercializzata,  rimane icona di un concetto di bellezza "altra". Trasgressiva giacché in controtendenza con il mainstream  immarcescibile che continua a macinare ancora oggi stereotipi intramontabili.

Gli uomini robusti e villosi, amanti del proprio sesso, protagonisti dei racconti di Martin Milk, tornano sulle pagine digitali per far sognare e innamorare nuovi lettori. Segno che l'immaginario ursino continua a crescere e a infiltrarsi tra differenti media. Nuove novelle, nuove avventure roventi, nuovi sogni e passioni. Tra masse di carne maschile e pelame, in mezzo ai quali battono cuori veri, stavolta filtrati dalle parole di un narratore che ha fatto una scelta coraggiosa.
Un bentornato, dunque, a Martin Milk e alla sua opera letteraria. Un'altra zampata sul sentiero che potrebbe condurre gli orsi verso un nuovo orizzonte.



Sarà per un'altra volta - e altre storie di orsi, di viaggi e di amore tra uomini.

Scrivere e lasciarsi trascinare nelle fantasie sessuali del mondo Queer non è mai stato facile. In sette differenti storie è racchiuso l'universo omoerotico maschile, in tutte le declinazioni di eccitazione possibili. Sono storie di uomini che viaggiano, si incontrano e amano altri uomini. Poco importa se si tratta di una prima esperienza, o di un incontro a tre, dove l'elemento più anziano diventa il padre putativo del trio. L'imperativo emozionare, ed emozionarsi godendo. Ci sono protagonisti che regalano la speranza a chi l'ha persa, altri invece che
decidono di non dire quanto amano l'altro pur di abbandonarsi all'erotismo, alcuni, infine, vivono la loro relazione in segreto per un gioco di ruoli sociali. Si tratta di uomini pelosi, barbuti, a volte inesperti, in altre occasioni appassionati, che col rapporto esprimono tra loro il vero senso della vita stessa.




L'AUTORE: Martin Milk non è altro che lo pseudonimo di qualcuno che ha dei motivi ben precisi per utilizzarlo. Ha più di trent'anni, si ritiene attraente (ma fa finta che non sia vero) e ama i maschi, gli Orsi e i
diritti civili. Ha lasciato qua e là qualche traccia nel web, ma del suo passato isolano, delle sue motivazioni e del suo viso, non si conosce nulla. Solo un dettaglio è risaputo: ci si continua a interrogare se i suoi racconti siano solo frutto della sua fantasia, o se davvero quel che dice è stato vissuto in prima persona. Esordisce nel 2012 con la micro raccolta "Storie da Orsi" di genere omoerotico. Pubblica il
racconto "Interventi a Domicilio" presso l'Almanacco n. 2 dedicato al
genere erotico di altro editore.

Autore Martin Milk
Editore ErosCultura
Genere Erotico - Omoerotico
Numero di pagine 84
Prezzo 1,99
ISBN 9788898024636



martedì 6 novembre 2012

Storie da Orsi - un ebooks di Martin Milk



In the Darkroom

In un'affollatissima discoteca due uomini danno inizio a un gioco di sguardi e desiderio che si compirà nel cuore di un'altrettanto popolata darkroom, dopo un cammino onirico e sensuale.

Rapporti occasionali

Lo spunto per un'avventura ardente si presenta in una palestra, luogo deputato di complicità maschili e feticci di virilità. L'incontro, a lungo sospirato, si concluderà in modo intenso e imprevedibile.

Il vicino di casa

La cronaca di un'avventura. O forse la ricerca di una complicità che il tempo ha appannato, tra allusioni, ipotesi e sogni.

Verginità

Un appuntamento volto a coronare un'amicizia nata in rete, diventa spunto per il bilancio di un'esistenza non del tutto appagante. La perdita di una verginità residua riporta a galla scelte passate e rimpianti presenti, in un vortice sensuale e malinconico.

Quattro racconti. Quattro coppie ursine. Quattro novelle erotiche, quelle di Martin Milk, con le quali l'estetica Bear raggiunge il traguardo della narrativa digitale e si propone, stavolta, con una codifica (quella degli attuali ebooks, per l'appunto) finora abbastanza avara nei riguardi del genere in questione. A pubblicare Storie da Orsi di Martin Milk è la Lite-Editions, editrice digitale di narrativa erotica che in queste settimane ha messo in vendita (costo € 1,99) il libro su http://www.bookrepublic.it/, in formato epub leggibile sulla maggior parte degli appositi reader. A firmare l'opera: Martin Milk, autore italiano esordiente che dimostra, nei quattro racconti che compongono la raccolta, un certo garbo e una discreta padronanza della forma. Lasciato da parte il ricettario più consueto della narrativa licenziosa, infatti, la scrittura di Milk si rivela insolitamente fresca e insinuante, riuscendo a non scadere nella volgarità neppure nei momenti più espliciti. La componente visionaria, presente soprattutto nell'episodio ambientato nella darkroom, torna pressoché in tutti i racconti con maggiore o minore peso. Lo stupore sessuale narrato in Storie da Orsi è vissuto intensamente con la mente e con il cuore prima ancora che con i corpi, e ogni emozione, ogni piccola sensazione si fa epica nel vissuto soggettivo dei protagonisti, travolti dalla passione, forse dall'amore, o comunque da un evento che muterà le loro vite, rappresentando un importante giro di boa nel loro cammino di uomini e omosessuali.


Storie da Orsi, come suggerisce il titolo, ci parla di avventure di uomini massicci, pelosi e barbuti, che sfoggiano i simboli classici della virilità come un affascinante trofeo. Le citazioni tratte da più fonti del cosiddetto Bear Code che aprono ogni novella, possono essere intese come didascalie chiarificatrici a un uditorio di non addetti ai lavori. Ma è la sostanza del narrare, e soprattutto l'immaginario personale di Martin Milk a reggere il gioco, erotico ed emotivo, di ogni singolo tassello dell'opera. La sagoma imponente del daddy (uomo maturo, ammantato di pelo grigio, vigoroso e sensuale) emerge con prepotenza dalle pagine digitali e resta scolpita nella fantasia del lettore come un'opera tangibile, esempio orgoglioso di una bellezza non convenzionale, e di un modo alternativo di rapportarsi a essa e amarla.
Il modello erotico ursino è usato qui come elemento sovversivo dei cliché tuttora imperanti nell'immaginario collettivo relativo al mondo gay. Il racconto Rapporti occasionali ne è forse l'esempio più evidente. Per quanto breve e semplice nella struttura, l'ambientazione ambigua della palestra, tra uomini votati alla coltura del proprio corpo, riesce a essere discretamente significativa nell'estetica che lascia emergere dal vissuto dei protagonisti, mostrando uno spaccato di desiderio tuttora sommerso, e accennando con i suoi sviluppi estremi a una delle grandi ipocrisie della società in cui sopravviviamo. Il dubbio umano, il timore di sbagliare, la paura e il rimpianto, sono compagni di viaggio di ogni personaggio di questa raccolta di racconti forse più del sesso e della ricerca di una persona da amare. Vedere questi dilemmi esistenziali collocati in una realtà ursina, ci fa piacere, in quanto forza il lucchetto di una forma narrativa per lo più chiusa in una consuetudine giovanilista e si avventura in territori aspri, forse non ancora compiuti, ma sicuramente stimolanti.
Ci auguriamo che il lavoro di Martin Milk sulla narrativa ursina vada avanti e giunga a maturazione. Magari ritrovandolo su un nuovo, ulteriore ebooks da cui aspettarci un'amichevole zampata.


venerdì 23 settembre 2011

Bear Fiction: Il ragazzo del sabato [di GigiBear5]

 Racconto di GigiBear5
 Illustrazioni di Renenou
Attendo il rumore del portellone, come ogni sabato.
E’ il portellone di un furgone con strisce adesive pubblicitarie sulle fiancate. Ha avuto qualche piccolo incidente nell’uso quotidiano ed il suo rumore è riconoscibile, il vibrare dei vetri quando viene sbattuto è particolare. Stasera Guido è in ritardo, forse le ultime consegne erano più complicate o il traffico. Assaporo già il piacere di averlo tra le braccia e delle emozioni che sapremo regalarci. Da quando è entrato nella mia vita sono cambiate molte cose, ho smesso di andare a ronzare nei parchi o nei parcheggi dell’autostrada a caccia di sesso veloce con contadini ruspanti, panettieri indecisi o camionisti di passaggio. Mi hanno sempre attirato figure maschili decise, mature, persone del popolo con una sessualità ben pronunciata, i ragazzini o gli efebi non mi hanno mai regalato emozioni, li ho sempre trovati insapori e senza appeal.
 

Ho aperto tutte le finestre per fare entrare un filo d’aria, la brezza gonfia le tende e regala l’impressione che sia più fresco all’interno.
Lo aspetto appoggiato alla finestra, la piazzetta lì sotto è deserta, m’incanto a guardare le falene attorno al lampione e lascio vagare i ricordi.
Guido, lo conosco da un sacco di tempo, da quando era alle superiori ed io ero uno dei suoi docenti. Era un ragazzone che si staccava dal resto della classe, un poco solitario ma non il tipo musone sfigato. Riservato era forse l’aggettivo corretto per descriverlo, legava coi compagni ma manteneva le distanze, era visibilmente più maturo anche perché la vita non era stata gentilissima con lui. La famiglia gestiva uno spaccio alimentare, il padre non godeva buonissima salute e lui lavorava ogni giorno prima dell’apertura a sistemare e rifornire gli scaffali, poi la scuola, e nel pomeriggio sostituiva la madre al banco o alla cassa, appena lei tornava, andava a fare le consegne con lo scooter. Era gentile con tutti ma deciso di carattere, abbastanza brillante in classe, anche se non gli restava molto tempo a disposizione per studiare, aveva un’ottima memoria e questo gli permetteva di imparare velocemente.


Guido aveva un modo di guardarmi che mi spaventava, lo sguardo adorante di chi cerca una figura maschile di riferimento, un sostituto del padre. Una relazione con uno studente è la cosa che terrorizza di più un docente, porta a stravolgere la vita di entrambi, sia che si limiti ad un blando rapporto studente-professore, sia che diventi qualcosa di più profondo che sfoci in un innamoramento. Capita spesso, ed i ragazzi hanno talmente bisogno di sentirsi corrisposti da non tollerare di essere respinti, i loro innamoramenti sono repentini, feroci ed ingenui, senza alcuna delle limitazioni che frenano gli adulti.
Non potevo manifestare evidenti preferenze ma ho sempre avuto un occhio di riguardo per lui, c’era una naturale empatia nei suoi confronti, ma in classe non era possibile mostrarla, divenire il “cocco” del professore sarebbe stato dannoso per lui, i compagni lo avrebbero schernito. Mi stava a cuore e cercavo di proteggerlo da molte delle cose negative che avrebbe incontrato mentre cercava di maturare. Nei consigli di classe l’avevo sempre supportato perché ottenesse la promozione a giugno e non dovesse affaticarsi anche durante l’estate per recuperare materie. Facevo leva nel consiglio docenti sulle difficoltà familiari per fargli ottenere voti migliori di quanto meritasse.



Nei cambi d’ora, nell’intervallo o a fine lezioni me lo trovavo davanti con le sue domande da adolescente. Domande vitali per lui, che potevano far sorridere un adulto, ma a cui non sapeva dare risposte e che non sapeva a chi porre. Erano i grandi perché della vita, quelli che fanno prendere scelte. Mi esternava i suoi dubbi rispetto a quasi ogni problematica, comprese quelle sessuali per le quali mostrava una curiosità vorace. A volte entrava nel personale e mi chiedeva perché non ero sposato o non ci fosse una compagna nella mia vita. Glissavo sorridendo, capivo cosa gli frullava in capo e quale risposta avrebbe voluto, ma non potevo permettermi il lusso di dirgli che le mie scelte erano tutte orientate verso l’omosessualità.
Mi chiedeva se poteva venire a trovarmi durante le consegne o nel primo pomeriggio prima di aprire il negozio. Sapeva dove abitavo perché gli avevo mostrato il mio piccolo tesoro, una veranda con piante tropicali ed  orchidee che lui amava in modo particolare. Ogni tanto mi chiedeva di poterle visitare. Gli avevo insegnato come curarle, potarle, annaffiarle e come dovevano essere esposte alla luce. Era un piccolo paradiso privato dove mi ritiravo a leggere. Un divanetto di vimini divenne il luogo dove, al riparo di orecchi indiscreti, mi poneva i suoi quesiti più intimi e dove si apriva raccontandomi cosa lo turbava. I sentimenti erano a fior di pelle ma non venivano espressi. Evitavo il contatto fisico che potesse in qualche modo essere frainteso e terminavo ogni discussione con lui con una stretta di mano, a ribadire il rispetto, la familiarità ma anche la distanza che ci separava. In realtà vedevo in lui quello che ero stato alla sua età, con gli stessi sbandamenti, le incertezze sessuali, la necessità di porre domande a cui nessuno poteva rispondere, i bisogni di sicurezza e affermazione personale. 

Mi addolorò quando la madre venne a dire che lo avrebbe ritirato a fine anno e non avrebbe proseguito gli studi per l’aggravamento delle condizioni del padre.
Lo persi quasi di vista negli anni seguenti, mi capitava di incrociarlo con il suo scooter e i pacchi da consegnare in paese, indossava il casco e lo riconoscevo solo se strombazzava e accennava un saluto. Dopo i 18 anni prese la patente e lo vidi in giro sul furgone con l’adesivo pubblicitario dell’azienda. Stava sempre col braccio muscoloso e peloso fuori dal finestrino. Era più semplice riconoscerlo in quel modo. Ormai reggeva il negozio al posto del padre che si era aggravato fino a rischiare di perdere la vita. Era l’uomo di casa.
In quattro anni aveva messo su peso, qualcosa come 15 chili di muscoli e lardo distribuiti in modo delizioso, cosce tornite, belle chiappe tonde, pancetta e pettorali robusti e un bel viso rotondo e sorridente. Probabilmente aveva superato il quintale.
Aveva di volta in volta tenuto e tagliato baffi, barba, pizzetto, favoriti, un po’ per stare alla moda un po’ per sembrare più maturo. Amava un taglio di capelli corto, semplice da curare, a causa del quale lo prendevo in giro salutandolo con un “hey marine!”. Non avevo aggiornamenti sulla sua vita privata, non sapevo se frequentasse ragazze, o chi fossero i suoi amici.

Un pomeriggio in cui sentivo l’insopprimibile bisogno di avere un’avventura, al riparo da occhi indiscreti, andai in una città vicina, in un bagno pubblico dove sapevo che la fauna era molto interessante e la scena poteva diventare bollente. Ancor prima di entrare mi accorsi di un certo movimento. Due uomini stavano toccandosi, uno aveva la maglietta appoggiata su una spalla ed era a torso nudo, dell’altro, più nascosto, vedevo solo la mano che armeggiava con la sua patta. Ero eccitato per la situazione che poteva diventare torrida e già immaginavo un giochetto a tre quando vidi che l’altro uomo era Guido. Mi bloccai, l’eccitazione scomparve, mi sentii avvampare in un misto di rabbia, sconforto, gelosia, paura e nausea. Richiusi la lampo ed uscii quasi di corsa, alzando una mano a stoppare qualsiasi sua balbettante recriminazione.
Il “mio” Guido che avevo cercato consapevolmente di proteggere da me stesso, era in un cesso pubblico con un altro uomo. Mi sembrava impossibile, a cosa era servito il mio evitare di farmi coinvolgere, mi sentivo umiliato per la situazione in cui l’avevo colto. Sentii i suoi passi alle  spalle, Guido mi seguì non osando chiamarmi per nome, forse per evitare un’inutile scenata in pubblico, mi girai due volte e vidi disappunto sul suo volto, cercava il mio sguardo ma non glielo concessi. Mi seguì fino all’auto dove salii e misi in moto senza concedergli mai di potermi parlare. Dallo specchietto lo vidi scuotere il capo allargando le braccia in un gesto dolente.

Tornai a casa infuriato, cercando di dare un senso a quella rabbia che mi era esplosa dentro, sapevo la risposta ma non avrei permesso a me stesso di dirla. Gelosia. Ripensai ad una notte, vicino ad un parco che frequentavo quasi ogni settimana, dove il battuage era serrato. Vidi parcheggiato in zona il riconoscibilissimo furgone di Guido col suo adesivo sulle fiancate, pensai che fosse solo un caso, ora il dubbio che avevo soffocato, che fosse lì per cercare altri maschi riprese consistenza. Aveva fatto le sue scelte ed aveva conosciuto il sapore di un uomo, un altro uomo che non ero io, altre mani avevano accarezzato i suoi peli, il suo ventre, le sue cosce, il suo sesso, altre bocche avevano assaggiato le sue labbra, i suoi capezzoli, la sua pelle e gli avevano regalato piacere. Avevo voglia di spaccare qualcosa.

Il sabato successivo un clacson suonò nella piazzetta sotto casa, dopo un paio di minuti suonò di nuovo, imprecai a quegli sciamannati irrispettosi della quiete, i campanelli ed i cellulari esistevano per evitare gli schiamazzi inutili. Mi affacciai per vedere chi strombazzava e vidi Guido appoggiato al suo furgone, col finestrino abbassato, pronto a suonare di nuovo. Guardava in sù senza muovere un muscolo, con la testa inclinata con un’aria triste e sorniona allo stesso tempo. Appena mi affacciai affondò le mani nelle tasche dei jeans coi gomiti allargati, alzò le spalle in un gesto di scusa, col corpo sembrava chiedesse “che posso farci?” Rimasi a guardarmelo, stringendo le labbra, una folla di pensieri mi girava in testa senza riuscire a trovare un bandolo, senza riuscire a decidermi se farlo salire o no, se parlargli, se rifiutarmi e volgergli le spalle, pensai a tutte le conseguenze, ai vicini chiaccheroni, al collegio dei docenti, alla preside, a tutte le mie conoscenze, alle beghine del paese se solo avessero saputo. Pensai a quanto gli fosse costato quel gesto, pensai che avrebbe potuto suonare al campanello ma aveva preferito mostrarsi invece di parlarmi al citofono, pensai mentre lo guardavo:
“il “mio” Guido è qui sotto col suo faccione tenero e triste, ed è qui per me, è qui perché vuole dirmi che mi vuole bene e che è dispiaciuto di come ho saputo delle sue scelte, è qui perché adesso può dirmi tutto quello che non ha osato esprimere in tutti questi anni”.
Decisi di mandare affanculo il mondo, gli feci segno di salire ed aprii la porta, il suo sorriso illuminò tutta la piazza.

Come sembrarono lunghi quei pochi secondi mentre saliva le scale, mi proposi di darmi un contegno, di calmarmi, mentre le pulsazioni correvano senza arrestarsi. Aprii la porta e lui scivolò dentro, era diventato grande, un adulto con un corpo fantastico anche se io continuavo a vedere in lui l’allievo e non l’uomo fatto. Aprì bocca per cominciare a parlare, glielo impedii posandogli un dito sulle labbra ad intimargli il silenzio. Lo presi per un braccio e lo portai in camera da letto. Non ci fu’ bisogno di aggiungere nulla, camicie, calzoni, scarpe, calze e mutande volarono mentre le nostre labbra si univano. Un bacio bruciante, sgarbato, sgangherato, pieno di tutta la passione trattenuta fino a quel momento, ci urtammo i denti, ci mordemmo, ci succhiammo le lingue soffocandoci per non prendere respiro. Un bacio senza fine, senza riaprire gli occhi. Rotolammo sul letto, toccandoci, mordendoci, leccandoci, succhiandoci, frugandoci in ogni piega, in ogni curva, assaggiando la nostra pelle ed ogni sua fragranza.
Eravamo entrambi bagnati di precum vogliosi di esplodere, ce lo scambiammo succhiandoci le dita a vicenda. Incapaci di resistere, godemmo senza alcun ritegno, senza trattenerci, senza pensare a nulla, grugnendo, gemendo, digrignando i denti. Consumammo quella prima mezz’ora senza una parola, poi dopo i grugniti e gli ansimi venne il momento delle parole, del raccontarci le reciproche storie, le paure, i sogni, i desideri. Mi raccontò della passionaccia che si era preso a scuola e di come si era sentito offeso per la mia rigidezza, per non avergli mai manifestato quell’affetto che lui intuiva ma non sapevo e non volevo esprimere. Ridemmo e ci sentimmo accomunati dai ricordi, dalle tante esperienze, ci commuovemmo dei nostri sentimenti, finalmente liberati dai nostri timori.

Tornò l’eccitazione e la voglia di farlo meglio. Ci amammo, senza frenesia stavolta, con la voglia di lasciar parlare i nostri corpi. Scoprimmo i nostri punti caldi e sensibili, e fu dolce, torrido e tenero stuzzicarli per regalarci piacere. Finimmo d’ansare e pose la testa sul mio pancione e si lasciò coccolare ed accarezzare, quasi si addormentò mentre mi stringeva. Mi fece una tenerezza infinita, avrei voluto che quel momento non finisse mai. Mi resi conto che avevo desiderato quel contatto fin dal primo giorno, solo il rapporto precedente studente-professore ci aveva bloccati impedendoci una conoscenza intima che entrambi volevamo.

Doveva rientrare a casa, gli offrii una doccia prima d’andarsene.
Me lo guardai tutto mentre s’insaponava, perfetto sotto ogni aspetto, bello come un sogno, era la prima volta che potevo vederlo nudo ad almeno un metro di distanza, tornito, sodo e peloso, con un culo strepitoso e tutte le cose al posto giusto, esprimeva sensualità in ogni gesto.
Uscì pochi minuti dopo dal box doccia per asciugarsi, lo aiutai ad indossare l’accappatoio e mi baciò teneramente mentre lo strofinavo ed abbracciavo. Avremmo potuto ricominciare a far l’amore. Rise davanti alla nuova evidente eccitazione di entrambi. Mi respinse dolcemente scuotendo il capo.
Si rivestì e mi chiese:
“Che fai sabato?”
“Nulla di pianificato”
“Posso passare?”
Annuii.

Guido da quella notte è il ragazzo del sabato sera. Beh non solo quello…
Se soltanto sentissi sbattere quel portellone coi vetri tintinnanti potrei cominciare a sorridere.



[I collages di Renenou che illustrano il racconto sono libere elaborazioni delle opere di  Edward Hopper, esposte al MoMa Museum di New York.]




mercoledì 11 maggio 2011

Bear Fiction: Zietti Over 60 [di Tigre Tigrotto)


Nascere e crescere in campagna è stata per me sempre una cosa alquanto positiva.
Mi presento; sono D ed ho 25 anni. Ho tutte le qualità di un “ragazzo-chubby” un bel pelo e un bel peso, e la storia che vi sto per raccontare, fortunatamente per me, è accaduta veramente.

Vi riporto indietro con la mente a circa un annetto fa. Era maggio e quella Domenica il sole picchiava pesantemente sulla testa degli invitati. Ci troviamo a casa di Zio M per festeggiare la comunione della piccola E, e tra i molti invitati spiccano dei personaggi che farebbero arrapare qualsiasi uomo. C’è lo stesso Zio M; 67enne bello in carne alto 1.70m e, con molto piacere, 90kg ben piazzati, suo cugino B 70enne un po’ più alto di Zio M ma sempre con una bella pancia, poco pelosa ma abbastanza pronunciata, per poi arrivare al magnifico Zio C. Mi soffermo un po’ di più con lui, e poi capirete il perché!
Zio C è un uomo di 75 anni con appena 1.60m di altezza per 95kg di peso…delle misure fantastiche! Capello bianco/grigio con un taglio curato. Uomo distinto, faccia sempre depilata, camicia sempre indossata che in questi giorni di caldo lascia intravedere un magnifico pelo che esce da un petto unico nel suo genere. Una pancia bella tonda e delle gambe fantastiche.
Con questi uomini, oramai in pensione, sono stato sempre bene e quindi con molto piacere ci passo intere giornate a lavorare nei campi. Questo mi ha dato la possibilità di vivere loro in un modo al quanto diverso e sicuramente piacevole. Sono uomini disinvolti che non si vergognano a parlare di pensieri sconci o a pisciarti a pochi metri di distanza. Vi racconto tutto ciò per dirvi che con loro oramai ho un rapporto confidenziale abbastanza instaurato… non vengo preso come il ragazzino della situazione e mi fanno partecipare senza problemi a discorsi da “adulti”.

Tornando al momento della festa. Il tutto si svolgeva al di fuori della casetta di Zio M. La cassetta ha annesso un garage e cantina a pochi metri dalla casa stessa.
E’ solito mio andare a pisciare sempre dietro questo garage perché si trova in una posizione strategica che ti permette di farlo senza troppi occhi indiscreti.
E’ solito anche di Zio M, Zio B e Zio C andare lì dietro a pisciare; chi più chi meno ha quella sorta di disinvoltura nel fregarsene e andarsi a fare una bella pisciata.
Zio B e Zio C mi danno delle bellissime soddisfazioni; non ci devi perdere troppo tempo che in una classica giornata all’aperto una pisciata di fuori te la fanno comunque… come dicono loro “...io preferisco così!”
In queste occasioni (quando so di essere tutta la giornata con loro) tendo a mantenermi la pisciata finché uno di loro non si addentra nell’andarla a fare di fuori.
Mai come in quella Domenica questa strategia mi è ritornata utile.
Ci trovammo davanti al tavolo del buffet io e Zio C a parlare di alcuni problemi sessuali che attanagliano le coppie “over 60” e della poca regolarità nel farlo, quando a un certo punto in lontananza vidi Zio B avvicinarsi verso il dietro di questo famoso garage. Allungai l’occhio e vidi che l’unico bagno presente nella casetta era occupato e in queste occasioni lui va lì solo per un motivo. Da qui in poi il panico perché dovevo trovare una buona motivazione per troncare il discorso che oramai aveva preso piede con Zio C e oltretutto cercare di non dare nell’occhio mentre mi avvicinavo anch'io al dietro del garage.
Purtroppo in queste occasioni il tempo è denaro; un solo secondo in più e non avrei potuto più assistere/partecipare a una scena bellissima.
Un po’ per questo momento un po’ per il discorso affrontato con Zio C io avevo il cazzo che mi pulsava nei pantaloni con una voglia irrefrenabile di saltare addosso allo stesso Zio C.

Comunque da lì in poi passarono 2 o 3 minuti e non ebbi la possibilità di avvicinarmi e condividere una pisciata con Zio B, speravo quindi nella buona volontà di Zio C e Zio M.
Per il gran numero degli invitati c’erano, appunto, il problema/vantaggio di avere un solo bagno ed esso fortunatamente era sempre occupato. Una buona notizia che mi fa riprendere dalla sfuggita soddisfazione che avrei potuto avere poco prima con Zio B.
Passano un paio di orette quando parlando sempre con Zio C, senza vergognarsi troppo, lui mi fa: “Io vado a fare un goccio d’acqua”. Le parole più belle che possa sentire da un uomo. Vidi che la direzione che lui stava per prendere era proprio quella del garage senza rendersi conto se l’unico bagno era occupato o meno.
Non mi feci sfuggire l’occasioni e gli dissi: “Ti accompagno va...” un modo per dire che anche io avevo bisogno di pisciare.
Non preoccupandomi per nulla se ero oggetto di sguardi da parte degli altri parenti, mi avvicinai insieme al magnifico Zio C verso quel posto magico! Se solo i pezzi di legna potessero parlare….
Mentre ci avvicinavamo continuammo a parlare; ora si parlava della politica venduta del nostro piccolo paese a pochi km da Roma. Uno schifo!
Come arrivammo lì dietro io rimasi stupito di una cosa incredibile... mio Zio M era lì che pisciava da solo!
Mi sono chiesto “Come cavolo non ho potuto accorgermene che lui si è allontanato… diamine, D, devi controllare 3 persone, mica 1000..”
Fu una sorpresa anche per Zio C che con una sorta di dialetto chiese a Zio M cosa stesse facendo; anche se il tutto era più che chiaro!
Mi resi subito conto che Zio M era da poco lì perché come arrivammo noi stava da poco pisciando… il getto non era eccessivo e in terra era ancora poco bagnato.

Zio C credo sia stato l’unico che mi ha dato più soddisfazioni di tutti sotto questo aspetto; con molta calma in tante altre occasioni ha affrontato la pisciata senza alcun problema, ma mai come quella volta mi diede la soddisfazione più grande; si avvicinò direttamente per mettersi al fianco di Zio M che tra i tutti è quello un po’ più vergognoso. Mentre si avvicinava io persi un po’ di centimetri di distanza per valutare bene la situazione... cavolo era tutto nuovo per me! Ma senza paura Zio C mi dice “Viè, D...” e io ovviamente non me lo faccio ripetere due volte!
Mi avvicinai mettendomi in fila con Zio M e Zio C e vidi che Zio C stava per tirare fuori il suo pisello mentre Zio M stava agli sgoccioli quindi mi sarei dovuto affrettare almeno per evitare che lui se ne andasse prima; invece così è stato. Iniziai anch'io la mia pisciata ma poco dopo Zio M si rinfilò il suo coso già abbondantemente strizzato nei suoi pantaloni e senza troppe pretese disse una frase e se ne andò! Mi reputai fortunato perché in parte riuscì a vedere il pisello di Zio M, piccolo e fantastico. Come piace a me!
Il bello deve ancora venire, è proprio qui che iniziano le danze. Appena Zio M con tutto la sua vergogna se ne andò Zio C ed io continuammo a parlare come se tutto quello che stessimo facendo faceva parte di una fantastica normalità. C’era di strano però che le parole che Zio C affrontava erano un po’ a mezza bocca ma ancora più strano era che lui continuava a guardare il mio pene con un’aria un po’ incuriosita. D’altronde per me affrontare questa situazione a tu per tu con lui era una sensazione bellissima ed emozionante ma sicuramente nuova, tanto che non sapendo come affrontarla guardai altrove. Con la coda dell’occhio confermavo che lui mi stava effettivamente guardando lì sotto!
Come una schioppettata se ne uscì con una frase, e mi disse: “Alla tua età, D, avevo il tuo stesso pisello... e adesso come puoi ben vedere si è ristretto alla grande!” accennando un piccolo sorriso io ero diventato tutto rosso… non mi sarei mai immaginato niente del genere ma soprattutto con un uomo del genere… credevo che il mio rapporto con lui si fermasse a confidenze varie e a qualche svista di pisello qua e la in occasioni simile a questa… ma niente di tutto questo!
Le mie parole diventavano sempre meno, non sapevo come rispondere alle sue evidenti provocazioni sul fargli vedere le dimensioni reali del mio pene, com'era quando era dritto, ecc…

Nel frattempo per entrambi si è finito da un pezzo di pisciare e ci si ritrova con questi cosi di fuori perché lui non accennava a rimetterselo dentro e io non sapevo che fare viste le domande che mi faceva in merito al mio pisello… e poi che dire; mi piaceva stare così, quindi perdevo anche tempo apposta.
Oramai era passato già un bel po’ di tempo, sicuramente nessuno reclamava la nostra assenza ma per evitare che ci venissero a cercare (soprattutto Zio M che ci aveva visto lì) io mi anticipai in un momento di silenzio nel rimettermi apposto e allontanarmi, ma quando feci per mettermi apposto lui mi disse: “Fammi vedere una cosa…” e senza la mia approvazione mi prese il cazzo in mano che (non so come sia possibile) era ancora bello moscio e mi tira fuori il glande.
Se lo guarda per un po’ e mi disse: “Ah ok… no perché vedi io che c’ho!” se con la sinistra mi teneva il mio con la destra si prese il suo e lo mise a confronto con il mio. Un’occasione più unica che rara. I piselli che erano a pochi millimetri l’uno con l’altro e Zio C che li confrontava per un motivo a me ancora sconosciuto. Fortuna che le sue parole non generavano domande a cui servivano risposte, perché da li in poi non ho capito più nulla… il pisello mi si stava addrizzando in una velocità incredibile e lui se ne accorse. Mi disse: “E adesso!? Che sta succedendo?!” e io: “E adesso zì… me lo stai tenendo…” lui quasi sorpreso: “Ma perche ti piace?!” e io molto sorpreso (anche della mia risposta) “A chi non piace?”.
In quel momento tutti e due ci stavamo guardano fisso negli occhi e Zio C mentre teneva con la mano destra il suo cazzo (che non avevo il coraggio guardare altrimenti gli avrei sborrato in mano) e con la sinistra il mio oramai dritto al massimo, iniziò dolcemente ad accarezzarlo.
Io andai quasi in estasi ma purtroppo ci stava sfuggendo di mano la situazione… ora era veramente passato tanto tempo e noi dovevamo assolutamente andarcene.
Prima che feci io il primo passo lui senza troppa fretta si stacco dal mio coso e mi disse: “Andiamo di là, va...”. Ci risistemammo e raggiungemmo gli altri.
Non ebbi nessuna forza per affrontare di nuovo il discorso, nemmeno per chiedere spiegazioni. Mi trovai un po’ a disagio perché non facevo altro che pensarci. Era fantastico avere quella sorta di scambi di sguardi tra me e lui; quegli sguardi che si hanno tra due persone che condividono un segreto.
Mi allontanai un minuto dalla festa per raggiungere casa mia che è attaccata a quella di mio Zio M.
Mi chiusi in bagno e mi feci una sega… non ho mai sborrato così tanto come quella volta in tutta la mia carriera da masturbatore.
Mi ripulii per bene e me ne tornai dagli invitatiti.
Il resto della giornata andò per il meglio, senza nessun problema tornai a fare discorsi seri con Zio C;  ma certo non posso non ammettere che il pensiero c’era, c’è e ci sarà.

Vostro D.

P.S. Piuttosto che mettere una racconto fantasioso e abbastanza spinto ho preferito parlare di una cosa fin troppo piacevole che mi è capitata.
Scrivetemi su tigre.tigrotto@hotmail.it per conoscere nuovi risvolti avuti con Zio C ma anche con Zio B e Zio M, con la presenza di nuove e bellissime persone!
Grazie

[Illustrazioni di Hutch Artwork]


mercoledì 4 maggio 2011

Bear Fiction: L'algerino, una Domenica a Marsiglia [di GigiBear5]

 Racconto di GigiBear5
 Illustrazioni di Renenou

Quell’agosto del ’63 fu caldissimo. Avevo da poco compiuto 18 anni ed ero bloccato in casa a studiare per ripresentare l’esame del Bac a settembre, esame che avevo stupidamente  fallito a giugno. Era domenica, ero solo ed al senso di frustrazione si era aggiunto il fatto che tutta la famiglia, gli amici ed anche i vicini erano fuggiti dalla città per cercare refrigerio in campagna o al mare. Accesi la radio per rompere il silenzio ed avere un poco di compagnia. Venni sbeffeggiato da Sheila e la sua “L’école  est finie”. Non per tutti, pensai. La residua, scarsa, voglia di studiare svanì immediatamente e mi prese la smania di uscire, di passeggiare, di fare qualsiasi cosa pur di non rivedere i libri su cui dovevo passare le ore.

Indeciso su come passare quel pomeriggio presi l’autobus per il centro, m’incamminai nella città quasi deserta, irrealmente silenziosa, immaginai che fossero tutti in vacanza, a godersi il mare, a divertirsi in spiaggia, a leccare gelati e rinfrescarsi coi cocomeri in ghiaccio, mentre io mi scioglievo di caldo. Pensai di andare al cinema, magari in uno di quelli che conoscevo bene per le attività che si svolgevano nelle ultime file o in piedi nella galleria, amori frugali bruciati in 5 minuti. Un poco di sesso con qualche sconosciuto avrebbe placato il senso d’oppressione e di solitudine che mi aveva preso. Sudavo nell’aria rovente, il marciapiede sembrava fondersi sotto ai miei piedi, scartai l’idea del cinema, troppo caldo, a quell’ora sarebbe stato soffocante.


La stazione mi sembrò più interessante come luogo di caccia, i bagni erano il posto giusto per un facile incontro senza conseguenze. La lunga fila dei pisciatoi sembrava l’esposizione delle banane, gli avventori si scambiavano sguardi, si sporgevano a misurare le evidenti eccitazioni, qualcuno sfrontato allungava sinuosamente la mano a toccare la mercanzia, qualche rapido cenno, alzate di ciglia che domandavano “qui o altrove?” e sparivano nelle cabine a consumare. Mi misi vicino ad uno robusto che di spalle sembrava un portuale, aveva l’età e la taglia che mi hanno sempre attirato.
Era arabo, con la pelle scura, bei baffoni curati con una piccola rasatura a fare da stacco sotto al naso. Era vestito da festa, come amavano fare i lavoratori straneri nell’unico giorno libero, incravattato nonostante il caldo, camicia e pantaloni stirati e scarpe lucide. Lo guardai fisso, ricambiò lo sguardo, segno che gli potevo interessare. Aveva intensi occhi color miele scuro. Scesi con lo sguardo là in basso e lui scostò la mano che mi impediva la visuale.
Si masturbava dolcemente, senza fretta. Un cazzo tosto, non enorme ma bello, ben proporzionato con una gran cappella completamente esposta. Mi venne il desiderio di toccarlo ed assaggiarlo. Feci un cenno d’invito per entrare in una delle cabine bagno, scosse la testa con un movimento secco aggrottando le sopracciglia che era un no tra disgusto e paura. Pensai rapidamente a dove poterlo portare, a casa non potevo ed era troppo distante, doveva essere consumato qui ed ora. Gli proposi con un altro cenno di uscire, annuì, ripose l’attrezzo nei pantaloni e mi seguì.

Gli spiegai in poche parole che mi piaceva e che avrei voluto giocare con lui ma che non avevo un posto, gli proposi nuovamente di entrare nel bagno ed usare una delle cabine. Scosse di nuovo il capo e disse:
«Troppo pericoloso».
In effetti se era pericoloso per un marsigliese farsi beccare in quella situazione, poteva essere molto peggio per un maghrebino, con la guerra d’Algeria ed i fascisti sempre in caccia per menare chi provenisse dall’altra sponda del mediterraneo. Figurarsi se omosessuale. Anche la polizia non ci andava cauta in quelle situazioni.

Conoscevo un alberghetto sordido a pochi metri dalla stazione, non lo avevo mai utilizzato, ma sapevo per sentito dire che offriva camere per poche ore a prezzi possibili, e non rifiutava neri, arabi o coppiette in cerca d’intimità. Gli proposi di andare lì a consumare, tentennò a lungo, la paura di essere visto in mia compagnia era forte, la comunità araba era molto presente in quel quartiere, nemmeno loro scherzavano con chi era in contatto con i “bianchi”, gli estremisti del FLN potevano dichiarare qualcuno troppo compromesso con la frequentazione degli europei e sgozzarlo. Il problema non era l’omosessualità, mai ammessa ma praticata, ma il rapporto con un francese. Alla fine vinsero il suo desiderio di fare sesso e la mia insistenza, accettò. Gli indicai la direzione e ci accordammo in modo che io mi avviassi e prendessi accordi per la stanza mentre lui mi avrebbe seguito a qualche metro di distanza. Sarebbe entrato solo ad un mio cenno che tutto era andato come previsto.

L’Hotel Imperial, era tutto tranne che imperiale, piccolo, su tre piani, con una quindicina di stanze mai rinnovate, ed una facciata che aveva visto una mano di colore forse nella belle epoque. L’ingresso era circondato di marmo grigio e sembrava una macelleria con un lungo corridoio. Il corridoio si allargava nella zona della reception, dietro al bancone si intravedeva una sala da pranzo con alcuni tavoli, molti ninnoli polverosi raccolti in troppi anni e mai buttati, oltre a quadri orrendi in cornici ancor peggiori. Il conciergie era bassino, magrolino ed insignificante, leggeva “Le Méridional” la camicia che teneva sbottonata fino al petto aveva grandi aloni di sudore. Aveva un piccolo ventilatore che invano tentava di farlo smettere di sudare, si passava in continuazione un fazzoletto sulla fronte e sul collo per asciugarsi. Dalla radio che teneva accesa da qualche parte sotto al bancone veniva la vocina di Françoise Hardy “..tous le garçons et le filles de mon age…”
Chiesi una stanza per due.
«Per una notte?»
«No per qualche ora» risposi imbarazzato.
Allungò il naso fuori dal bancone e vide l’arabo sulla porta.
Fece un’espressione di sorpresa e disse:
«Ah due uomini… attenda un attimo.»
Sparì nel corridoio alle sue spalle che dava sulla sala da pranzo. Cominciai ad innervosirmi, era la prima volta che prendevo una stanza in albergo con un altro uomo. Ritornò dopo un paio di minuti con un sorrisetto untuoso e l’occhio luccicante.
«Di solito non prestiamo accoglienza per poche ore nelle nostre stanze, ma per voi faremo un’eccezione, il proprietario ha acconsentito a darvi una camera. Sono 70 franchi anticipati.»
Pagai, non mi chiese i documenti, segno che quei 70 franchi non sarebbero stati denunciati al fisco. Ne approfittai e diedi generalità false. Feci un cenno all’arabo che tutto era andato bene e poteva entrare.
«Ecco la chiave, stanza nr. 11 al primo piano. Gli asciugamani sono sulla sedia vicino al lavandino.»
Salimmo con lo sguardo dell’ometto ed il suo sorrisetto che ci inseguivano su per le scale.

Entrammo e richiusi la porta appoggiandomici come se fossimo entrati nudi in chiesa. Ci colse un senso di pericolo scampato e di vergogna. La stanza era grande, poco illuminata per le persiane socchiuse e le tende tirate a trattenere fuori il calore. Il letto era matrimoniale, grande, centrale, con una coperta di un rosa che aveva visto tempi migliori. La carta da parati era vecchia, scolorita e scollata in qualche giuntura. Oltre ad un lavandino, un piccolo bidet mobile, un armadio da scapolo, un piccolo tavolo e due sedie, non c’era altro arredo nella stanza. Ciò che attrasse la nostra attenzione fu un enorme specchio orizzontale, lungo quanto il letto, che occupava una parete intera.


Ci spogliammo in silenzio, dandoci la schiena, riponendo gli abiti con misurata lentezza, come se ci vergognassimo di essere arrivati a quel punto. Mi girai, lo stacco di abbronzatura sulla sua schiena era evidente, nonostante la pelle olivastra, probabilmente lavorava a torso nudo, immaginai fosse, come molti maghrebini, un muratore. Aveva chiappe e gambe sode, muscolose e pelosissime. Quando si girò la sua eccitazione fu evidente. Mi inginocchiai, glielo accarezzai e me lo sfregai sulla faccia. Era durissimo e palpitante. Glielo succhiai e dai piccoli grugniti che emise capii che gli piaceva molto. Non era rasato come molti suoi compatrioti ed aspirai assieme al suo sapore il profumo speziato della sua pelle, profumo di maschio, cannella, chiodi di garofano, zafferano e patchouli. Mosse il bacino ritmicamente mentre glielo succhiavo, aumentò il ritmo e mi tenne la testa con le sua mani forti. Prese possesso della situazione in modo deciso, voleva far capire chi comandava. Mi esplose in bocca dopo un paio di minuti, godeva tenendo la bocca chiusa, gemeva e si tratteneva, come chi è abituato a far l’amore facendo attenzione a chi gli dorme accanto o non deve sentire. Pensai di soffocare per la grande quantità di sperma che mi riversò in gola.

Temetti che fosse finita lì, davvero poca roba per tutto l’impegno per convincerlo a venire in quel cesso d’albergo, ed invece appena gli rilasciai il cazzo, che era ancora completamente duro, mi prese per le ascelle e mi appoggiò in ginocchio sul letto, s’inumidì le dita e mi bagnò il buchetto, gli servirono pochi secondi per essere completamente dentro di me. Gridai di dolore per la sua irruenza ma poco dopo il calore si diffuse dentro di me e cominciai a provare piacere. Scopava con un bel ritmo cadenzato, senza fretta ma con energia, si guardava allo specchio mentre me lo infilava ed i nostri sguardi si incontrarono più volte, in una complicità maschile riconfermata.
Lo specchio era affascinante, ci sdoppiavamo, ci guardavamo far l’amore come se fosse un’altra coppia.
Eravamo in  quattro a scopare, due me e due lui.
Raccolse le mie gambe e mi fece ruotare su un fianco, riprese a scoparmi in quella posizione, si divertiva a guardare il suo bel cazzo tosto entrare ed uscire completamente dal mio ano, con quel piccolo “pop” quando estraeva anche la cappella.

Mi sentivo completamente suo, scopava benissimo ed aveva uno sguardo divertito e cattivo allo stesso tempo. Aveva la pelle lucida, imperlata di sudore che scendeva rimbalzando in piccole stille su ogni pelo. La pelle era bruciata dal sole ma liscia, mentre le sue manone erano ruvidissime e mi trattavano come un pezzo di carne inanimata, non mi accarezzava, non mi coccolava, mi possedeva.
Continuava a produrre piccoli gemiti mentre io non potevo smettere di dire degli infiniti sì,sì, sì, ad ogni colpo affondato. Ero completamente eccitato, il cazzo quasi mi doleva e non me lo ero ancora toccato. La possibilità di vedere questo arabo grosso, solido, baffuto che mi prendeva e mi spingeva le gambe verso il petto per aprirmi il culo completamente e mostrarlo all’altro che mi scopava nello specchio, aggiungeva un piacere psicologico a quello fisico.

Dopo avermi sbattuto per qualche minuto in quella posizione mi ribaltò completamente, mi buttò le gambe all’aria tenendomi per le caviglie. Mi trattenne così col culo sospeso e cominciò ad entrare in me ancora più violentemente, ogni colpo mi faceva arrivare ondate di calore, mi sentivo un giocattolo nelle sue mani, posseduto fino al cervello. Le sensazioni si accumularono, le ondate di piacere si sovrapposero e persi il controllo della mia prostata e delle mie palle, stavo godendo senza toccarmi.
Gli dissi “Io godo” ed lo sperma cominciò a fluire dal mio cazzo, più lentamente di qualsiasi altra occasione, ma in modo così intenso e sconvolgente che mi sembrò di aver goduto per due, sia per me che per l’altro me che era nello specchio. Al sentirmi stringere il culo e godere anche l’arabo esplose e sborrò dentro di me, questa volta grugnendo e gemendo. Sentivo e vedevo grazie allo specchio le sue gambe vibrare mentre le chiappe sembravano spremersi come se volesse schizzare dentro di me tutto lo sperma del mondo. Quando lo lasciò scivolare fuori sentii il suo fluido assestarsi nell’intestino e mi sembrò una quantità enorme. Restammo lì ansanti ad aspettare che passasse la bufera ormonale che ci aveva sommersi.

Parlammo per qualche minuto, gli chiesi della sua vita, mi raccontò a fatica con poche parole e frasi molto brevi della sua situazione, era algerino, poco più che quarantenne, con moglie e 4 figli che rivedeva ogni due anni quando rientrava al paesello nella zona di Bougie (ora Bejiaa). Era muratore anche in Algeria ma qui guadagnava molto di più, poteva risparmiare e mandare danaro alla famiglia. Condivideva un piccolo alloggio con altri due conterranei non tanto lontano dal quartiere di Saint Charles, per questo era molto cauto e spaventato di poter incontrare qualcuno di loro. Cercava di non spendere un franco per il proprio piacere, sognava di rientrare in Algeria e col denaro guadagnato cominciare una attività e far progredire la famiglia. Non aveva nessuna femmina a disposizione in Francia, le puttane erano care e… esitò… non sicure. Immaginai che intendesse pericolose perché le meno care erano minate dalla sifilide. Non osò chiedermi nulla di personale, nemmeno il nome, esaurito il momento di passione in cui aveva dominato il rapporto, tornò a farsi sentire la differente estrazione ed uscì la sua soggezione rispetto ai nativi. Gli chiesi delle difficoltà di vivere all’estero. Con un sospiro mi raccontò della paura di fare cattivi incontri, con le bande dell’ OAS* pronte a fare le loro “ratonnades*” da una parte, ed i compatrioti estremisti dall’altra. Non c’era tristezza nelle cose che diceva, semplice constatazione. Compresi le motivazioni della sua riservatezza e non feci altre domande.

Dopo una sigaretta cominciò ad accarezzarmi con le sue mani ruvidissime, mi diede un bacio senza aprire le labbra e mi disse:
«Vieni dolcezza, ho ancora voglia di te.»
Mi prese sul fianco senza fretta, mi alzò la gamba per penetrarmi meglio, lo fece a lungo accarezzandomi il ventre, mi fece godere molto. Ci guardavamo fissi negli occhi attraverso lo specchio, ci comunicavamo piacere, sensualità e complicità, era il nostro piccolo segreto quella condivisione di emozione. Venne una terza volta ed ancora mi sembrò che mi avesse inondato gli intestini.

Ci lavammo, ci rivestimmo e lui mi fece capire che aveva fretta di andare, e che avrebbe preferito uscire da solo per evitare di poter essere collegato alla mia presenza in albergo. Lo lasciai andare con una vaga promesse di rivederci, rispose con un improbabile:
«Può darsi.»
Sbirciai tra le tende e lo vidi allungare il passo in direzione della piazza d’Aix, ora che l’algerino era in salvo potevo uscire anch’io dall’hotel.
Riconsegnai la chiave al conciergie che mi chiese di attendere.
«Il proprietario vorrebbe parlarle.»
Pensai che il proprietario volesse farmi richieste erotiche.
Il conciergie mi fece accomodare nella sala da pranzo, il proprietario mi aspettava lì seduto ad un tavolo, circa sessantenne, grasso, calvo e con gli occhiali. Mi fece accomodare di fronte a lui, abbassò la radio e la lasciò in sottofondo.
Esordì con:
«Noi di solito non accettiamo coppie maschili, ma ho voluto fare un’eccezione per voi visto che sei un “bel giovanotto”.»
Lo disse in un modo così untuoso che pensai volesse chiedermi di fargli una pompa. Proseguì:
«...bisogna stare attenti perché la polizia fa dei controlli… tu capisci? Anche se da noi non si corrono certi rischi… tu capisci? Noi sappiamo come comportarci in questi casi… Qui da noi non ci sono mai problemi… tu capisci? Quando vorrai potrai sempre venire con altri uomini… tu capisci?»
«Grazie è molto gentile.»
Cominciò a ridere gonfiando la pancia. Si toccò il pacco aggiustandoselo e disse:
«Del resto… tu capisci… abbiamo potuto godere del vostro bello spettacolo attraverso lo specchio, ne valeva la pena.»
Una vampata di calore mi fece arrossire dai piedi ai capelli e mi trovai bagnato di sudore.
«Non ti innervosire, sono un amatore di questo genere di spettacoli, anche se più spesso tra uomini e donne. Ho molti amici, buonissimi amici, che amano questo genere di spettacoli… tu capisci? Persone facoltose che possono pagare… se ti interessa… tu capisci? Posso fornirti la stanza gratuitamente ogni volta che lo desideri e in più posso offrirti un poco di denaro per le tue spesucce. Se tu sei d’accordo possiamo organizzare dei piccoli spettacoli grazie ai tuoi incontri. Tu capisci?»
Mi sentivo sempre più rosso e mi mancava il respiro.
Proseguì:
«Il tuo “bicot*” lo rivedrai presto?»
«Può darsi...»
«Tanto lui o un altro non importa, a quelli lì gli proibiscono di bere mica d’incularsi. Non gliene frega niente se s’inculano finché non bevono… tu capisci? Quello lì però ti scopava bene. Allora che ne dici?»
Avevo gli orecchi in fiamme, mi sentivo bruciare.
«Non so, devo pensarci, mi prende così... alla sprovvista.»
Si lisciò il davanti dei calzoni, accarezzandosi lentamente la patta e guardandomi in faccia. L’invito era chiarissimo.
«Bene, pensaci, e ricordati che qui puoi avere sempre la camera gratis se vieni a farti una bella scopata.» Fece una risatina di commiato.
«Grazie.»
Mi alzai ed uscii, il concierge mi regalò un altro dei suoi sorrisetti maliziosi.

Appena fuori, nonostante il calore insopportabile, cominciai a respirare meglio, lo stupore nei confronti dell’offerta ricevuta mi abbandonò.
Presi l’autobus in direzione nord per ritornare a casa, ai libri, con un languore ed una sensazione piacevole che mi attraversava il corpo. Mi accorsi nell’immagine riflessa del finestrino del leggero sorriso dipinto sul mio viso, quel gioco di immagini riflesse mi fece pensare all’algerino senza nome, che mi aveva rubato due ore di sesso e svelato un mondo nascosto dentro ad uno specchio.

Quella proposta si riaffacciò molte volte nei miei pensieri, la tentazione di ripetere l’esperienza era forte, essere al centro dell’attenzione morbosa di qualche sconosciuto nascosto da una parete di cristallo, provocarlo, attizzarlo o causarne il piacere, era eccitante, ma la paura di poter essere fotografato o filmato mi ha sempre trattenuto dal ritornare all’Hotel Imperial. L’emozione ed il piacere ottenuti non si smorzarono, anche dopo aver appreso di essere stato osservato mentre facevo l’amore dal rozzo, xenofobo, proprietario d’hotel e dal suo assistente. Il fascino per le immagini riflesse nello specchio da allora in poi, è divenuto uno dei migliori supporti delle mie attività amorose.


*bicot = espressione denigratoria gergale francese con cui venivano denominati i maghrebini.
*OAS (Organisation Armèe Sécrete) = gruppi per il mantenimento dell’Algeria nell’orbita d’interesse francese, autori di molti attentati e di molti morti, militanti dell’estrema destra.
*ratonnades = rastrellamenti punitivi di maghrebini. La denominazione deriva da raton = topo, espressione denigratoria rivolta agli arabi in generale.



 
 

sabato 9 aprile 2011

X-Bear [Romanzo Gay Bear Supereroico by Beorn] 1


X-Bear
Parte Prima
L'Etere

Dedicato a tutti coloro che credono 
sia sempre possibile cambiare.
Scritto da Beorn.

Capitolo I
L'incontro.


Anno 1980, periferia di Londra.

Era giovedì sera, la luna piena splendeva mentre passeggiavo per i vicoli di Londra, l'aria era tiepida dato che maggio era quasi terminato, lentamente mi diressi verso la luce che
proveniva da un pub. Facevo il solito giro di mezzanotte dopo aver lasciato i miei noiosi amici e la mia futura moglie a casa, e già mi sarei sposato la prossima settimana ma il matrimonio e i dubbi su di esso non riguardano questa storia.
Entrai nel pub, era parecchio affollato, mi avviai al bancone per chiedere uno scotch. Il barista mi lanciò un’occhiata come per capire se potessi pagare, ma quando misi la banconota sul bancone mi servì il drink guardandomi di sottecchi. Iniziai a bere ed  osservai, nello specchio di fronte a me, gli avventori: sembravano tutti ubriaconi. C'erano donne e uomini di varia età che bevevano dimenticando i loro dispiaceri. Insomma ero capitato in una bettola, ma poco importava anche a me interessava solo bere e  dimenticare: ero nel posto giusto. La mia attenzione venne attratta da una persona che sembrava stesse mangiando qualcosa seduto sul tavolino proprio dietro di me, mi voltai per guardarlo meglio ed in quel momento l'uomo sollevò la testa dal suo pasto e mi sorrise con la bocca ancora piena alzando il bicchiere di gin nella mia direzione come se volesse brindare.
Mi voltai di scatto, non so perché ebbi una strana sensazione e vuotai d'un sorso lo scotch che avevo davanti per farmela passare. “Dai Johan vieni a bere qualcosa con me non stare da solo come un orso”, sentii queste parole provenire da dietro le mie spalle. Mi voltai incuriosito verso l'uomo e dissi “Ci conosciamo?”.
Lui sempre sorridente e bevendo un sorso dal bicchiere di gin rispose “Certo, vieni a sederti qua”. Non riuscivo a ricordare dove avessi conosciuto quell'uomo, un collega di lavoro forse, o un amico della mia futura moglie, comunque per non essere scortese presi il bicchiere, ormai vuoto, e andai a sedermi nel tavolino proprio di fronte a quest'uomo.
“Mi scusi” dissi io, “non ricordo il suo nome ne dove ci siamo conosciuti”. L'uomo sorrise, aveva una bella bocca incastonata in una barba nera e fluente. “Il mio nome è Ben e ti conosco da quando sei nato”. Cercai di capire, l'uomo che mi stava di fronte era sulla quarantina, alto e robusto diciamo in sovrappeso, aveva qualche ruga di espressione, un faccione tondo su cui spiccavano due occhi azzurri. Mi convinsi che era un vecchio compagno di scuola che non vedevo da tempo, in effetti “Ben” era un nome piuttosto
comune anche se ad essere sincero non ricordavo nessun compagno con quel nome.
Sorrisi pure io fingendo di ricordare chi fosse, lui fece uno sguardo sornione e mise un pezzo di carne in bocca prendendolo da un sacchetto che aveva davanti.
“Allora come andiamo Johan? So che fra una settimana ti sposi” disse Ben mentre  masticava la carne. Non sapevo che rispondere e mi mantenni sul vago. “Tutto bene, conosci mia moglie?” dissi sperando di sapere qualcosa in più su quest'uomo. “No” rispose lui in modo secco ed iniziò a fissarmi intensamente, i suoi occhi azzurri in quella luce sembravano quasi blu mare, un mare tempestoso ricco di ricordi ma pericoloso da affrontare.
Abbassai lo sguardo e vidi il mio bicchiere vuoto, bloccai un cameriere che passava di là e dissi “un whisky doppio”.  

“Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura ché la diritta via era smarrita” disse Ben recitando dei versi in una lingua a me sconosciuta.
“Come scusa?” dissi a Ben.
 “E' italiano, Dante Alighieri, la prima strofa che riguarda un lungo viaggio” rispose Ben e poi aggiunse “Pensavo che conoscessi un po' di italiano, che tua nonna te lo avesse insegnato”.
In effetti da parte materna ero italiano, per essere precisi i mie nonni si erano trasferiti in Inghilterra quando erano giovani ed ebbero mia madre. Era una cosa che ho sempre tenuto nascosto a tutti, non è molto bello avere sangue italiano nelle vene se vivi a Londra.
“Non conosco l'italiano” risposi e poi aggiunsi “non parlo quasi mai con mia nonna e nemmeno con i miei genitori”. Ben sospirò e con le mani incrociate sotto il mento mi scrutò
nuovamente. “Vedo che mi conosci molto bene” dissi io, “sei per caso un mio parente?” aggiunsi.
“No” rispose lui, sempre con quel tono perentorio. In quel momento arrivò il cameriere con il doppio whisky, avevo proprio sete e ne trangugiai metà con un solo sorso.
“Dante iniziò il suo viaggio a 35 anni proprio l'età che tu hai adesso” disse Ben con il viso serio, poi si lasciò andare ad una forte risata e quasi urlando disse “Dobbiamo festeggiare Johan anche se in ritardo di un paio di giorni” e poi sbattendo i palmi delle mani sul tavolo facendo tremare i bicchieri dei tre tavolini accanto al nostro disse “Cameriere ci porti dello champagne”.
Il cameriere ci guardò in malo modo poi alzando gli occhi sparì nel retro del pub, probabilmente a prendere una polverosa bottiglia di champagne.
“Si ho compiuto gli anni da pochi giorni” dissi io, Ben aveva ora uno sguardo luminoso con gli occhi che quasi brillavano non disse nulla fino a quando non arrivò dopo parecchi minuti il cameriere. Io ero molto imbarazzato e non sapevo cosa dire, ancora non avevo capito chi fosse la persona che avevo di fronte. Sembrava conoscesse tutto di me, ma io non sapevo nulla di lui.
Versando lo champagne in delle coppe un po’ sporche Ben mi offrì da bere. Poi sollevando la coppa disse “All'inizio”, ed io sorridendo come un deficiente ripetei l'augurio e ringraziai con un cenno del capo.
Lo champagne era abbastanza scarso, non potevo pretendere certo qualcosa di raffinato in un posto come quello. Ben si asciugò la bocca e la barba con il dorso della mano, nemmeno lui doveva essere una persona dai modi raffinati.
“Veniamo al dunque” disse Ben assumendo nuovamente un'aria seria. “Io ho qualcosa che ti appartiene, una sorta di eredità” aggiunse fissandomi negli occhi.
“Una eredità?” dissi io un po' turbato.
“Un retaggio è il termine più adatto in questa lingua” rispose Ben e poi aggiunse “dovresti venire con me se vuoi sapere di che si tratta”. Questo era un po' troppo, incontro un
uomo in un bar, uno sconosciuto, e vuole che lo segua? “Mi spiace Ben, ma io non ti conosco, non so chi sei, non offenderti ma non vengo da nessuna parte con te” dissi io esprimendo ad alta voce i pensieri che mi erano passati in testa in quel momento. Ben sorrise e poi fece una mossa inaspettata, si slacciò i primi due bottoni della camicia, rivelando un torace molto villoso ed una collana di cuoio attorno al collo. Poi con
la mano uscì la collana e mi mostrò il ciondolo che era tenuto all'estremità.
“So che ne hai uno uguale” disse Ben mostrandomi una cosa che se non sapevo di avere in quel momento attorno al collo potevo credere fosse la mia. Lentamente mi sbottonai il colletto ed uscì il ciondolo che portavo al collo da quando ero piccolo.
Era un artiglio d'orso ricoperto da rune nordiche. I ciondoli erano identici se non per la runa centrale che differiva. Non sapevo cosa dire, non ricordavo come avessi avuto quel
ciondolo ma lo tenevo sempre con me come un talismano.
“Fidati del tuo istinto Johan e vieni con me” disse Ben rimettendo il ciondolo sotto la camicia. Poi si alzò di scatto e lasciò parecchie banconote sul tavolino avviandosi verso l'uscita del pub. Avevo pochi secondi per decidere, una decisione che avrebbe cambiato il corso della mia esistenza. Ma non potei resistere a quella sorta di attrazione magnetica che l'uomo aveva nei miei riguardi, cosi lo seguì avviandomi verso l'uscita del pub. Fuori Ben mi sorrise e con un fischio chiamò un taxi, quasi per magia arrivò subito e diede l'indirizzo all'autista che ci portò a destinazione.

Capitolo II
La scelta.
In meno di un quarto d'ora ci trovammo di fronte ad un sontuoso albergo, il portinaio salutò con deferenza Ben mentre salivamo nel suo appartamento. Aveva una strana casa, era un enorme stanzone arredato. In sostanza non c'erano pareti nemmeno per il bagno. C'era la zona salotto, di fronte la stanza notte con un grosso letto matrimoniale, accanto alla sinistra la cucina e a destra il bagno. Più altre due zone in cui c'erano dei letti ed arredate come se fossero stanze degli ospiti. Era una casa in cui mancavano le pareti interne e tutta la facciata ad est era costituita da enormi vetrate che in quel momento facevano vedere il bellissimo spettacolo di una Londra dormiente al chiarore della luna.
“Bella casa” dissi io un po' imbarazzato.
“Grazie” rispose Ben mentre si avviava verso la “stanza” da letto. Senza che dicesse
nulla Ben iniziò a spogliarsi di fronte a me. Si tolse la giacca e la camicia partendo dallo sbottonarsi i polsini. Ad ogni bottone che si slacciava fiotti di peli uscivano dal suo petto. Quando si tolse la camicia e rimase a torso nudo offriva uno spettacolo mai visto, era estremamente villoso come mai avevo visto in nessun uomo. Ma nonostante la mole dei peli mi accorsi che aveva due tatuaggi, il che era alquanto strano dato che stavano
sotto i peli. Due numeri enormi che prendevano tutta la parte superiore della spalla dalla base del collo fino al braccio, era il numero 8. Anche se dalla posizione in cui lo vedevo il simbolo 8 era coricato, quindi probabilmente rappresentava il simbolo dell'infinito. E sul petto proprio sopra l'imboccatura dello stomaco si intravedeva un altro tatuaggio, ma non riuscivo a capire bene cosa fosse perché i peli in quella zona erano troppo folti e lunghi. Ben si diede un paio di colpi sulla pancia, una bella panciona soda e tonda e disse “Qua mi fermo Johan”. “Io conosco i tuoi desideri più profondi e voglio darti la possibilità di soddisfarli una volta, prima che tu inizi il lungo viaggio, affinché non dimentichi il tuo retaggio” aggiunse toccandosi il ciondolo che portava ancora attorno al collo. Io stavo per parlare, ma non sapevo cosa dire. Da un lato ero enormemente attratto da quell'uomo villoso, fuori da ogni schema. Avevo avuto sempre il dubbio che io fossi omosessuale, ma gli uomini “gay” non mi erano mai piaciuti, troppo effeminati , magri, pieni di se in modo orrendo, quindi mi ero convinto che fossi etero anche perché essere omosessuale era davvero dura. Con la futura moglie, un fidanzamento lungo oltre 10 anni, non avevamo mai fatto sesso. Lei era un tipo all'antica voleva farlo solo dopo il matrimonio, io non ero interessato ad altre donne quindi mi ero sempre limitato con lei a dei giochetti senza andare a fondo. Ora avevo l'occasione di fare sesso per la prima volta con un uomo, uno sconosciuto che aveva una attrazione magnetica senza eguali. Ben si toccò la cinta dei pantaloni e mi guardò sorridendo.
“Allora Johan la scelta è tua, puoi andare via o rimanere per la notte e forse un giorno saprai chi sei veramente”.
Non risposi, ma era chiaro ormai che non ragionavo più. Spinto solo dall'istinto andai verso Ben e mi avvicinai a lui fino a quando la sua pancia non toccò la mia. Lo guardai, era poco
più alto di me, aveva un viso armonioso bello e duro allo stesso tempo con un grosso naso e le labbra carnose, i capelli ricci ed una nera barba fluente. Mi mise una mano dietro il collo quasi sulla nuca e poi mi baciò appassionatamente. Fu un qualcosa di indescrivibile, dapprima tentai di rimanere con gli occhi aperti ma subito mi persi nei suoi stupendi occhi azzurri, poi chiusi gli occhi e mentre le nostre labbra si toccavano, le lingue si sfioravano, i nostri respiri diventavano uno solo mi immaginai di essere padrone dell'oceano, come se avessi tutti i mari del mondo nelle mie mani. Un risucchio che sollevava la mia anima verso l'infinito. Poi il baciò cessò, avevo le vertigini aprì gli occhi e l'unica cosa che riuscì a dire fu “O Dio”. Ben sorrise e con la mano mi accarezzò il viso spostandomi i capelli di lato. Poi iniziò a sbottonarmi la camicia e a mettere le sue caldi mani sul mio torace, anche io ero piuttosto villoso. Non quanto lui certo, ma sentire le sue mani callose e forti strisciare sul mio petto e spostare i peli era molto piacevole ed eccitante. Mi tolse la camicia e la gettò per terra, mi accarezzò le spalle e le braccia. Io iniziai a toccarlo, ero molto titubante quindi misi le mani sopra i suoi pettorali poco sotto le ascelle. Nonostante
non sembrasse era piuttosto duro, ma il manto di peli che aveva rendeva morbido il passaggio delle mani sul suo torace. Lui prese la mia mano e la portò sul suo affare per farmi sentire che era duro e gonfio, anche il mio affare era cosi. Mi diede un altro bacio e poi andò verso il letto. Lentamente si sedette e si tolse gli scarponi, e le calze. Poi si levò i pantaloni e rimase con i soli boxer, si infilò sotto le lenzuola e butto via i boxer.
Ero rimasto a guardare lo spettacolo, ora lui stava sdraiato nel letto, con la schiena leggermente inclinata in avanti ad accarezzarsi il torace con la mano destra mentre con la sinistra batteva sulla piazza libera del letto.

 
“Dai vieni da me Johan” disse Ben, mentre il lenzuolo scendeva fino a scoprirli la pancia pelosa. Era una visione cosi eccitante che non riuscì a resistere, persa ogni inibizione mi spogliai e mi infilai sotto le lenzuola con lui. Ancora una volta i nostri corpi si toccarono, si palpeggiarono, la sua mano fini sul mio affare ed io con timore misi una mano sul suo. Sentivo al tatto che era grosso, molto grosso. Quasi non riuscivo a stringere il pugno attorno ad esso.
“Ma quanto è grosso?” dissi a Ben un po’ intimorito. “Puoi vedere se vuoi non è un segreto” disse Ben lasciandomi e mettendosi supino con le braccia dietro la nuca. Per un attimo
fui attratto dalle sue ascelle cespugliose ma poi vidi l'enorme rigonfiamento sotto il lenzuolo e timidamente con la mano feci scorrere il lenzuolo via liberando l'enorme pezzo di carne che si ritrovava tra le gambe. Rimasi sconvolto, non era possibile.
Gridai dallo stupore e dissi “Ma non sei un essere umano è enorme” , Ben rise e disse “Johan non avere paura prendilo pure in mano”. Osservai meglio il suo enorme affare era lungo il doppio del mio, io che mi ritenevo essere un normodotato con i miei 16 cm, ma la cosa che colpì fu che era enormemente grosso. Con la mano afferrai la base e mi resi conto che a stento riuscivo a far toccare l'indice con il pollice. Salii con la mano verso la punta che era ancora completamente ricoperta dalla pelle e poi la abbassai per vedere il gustoso interno all'amarena. Aveva un glande enorme e stranamente allungato, il prepuzio non collegato alla pelle quindi scendeva liberamente e la punta era dritta e rivolta verso l'alto come ad offrirsi per una sana bevuta. Notai che anche il suo affare era ricoperto di peli, le palle grosse come arance mature erano avvolte da un vello ricciuto cosi come il suo pube. Aveva una striscia di peli che saliva dal basso solo nella parte inferiore del
pene e si fermava a metà strada.
Ora non sapevo cosa fare, per me era la prima volta che mi trovavo in una situazione simile, dovevo leccare quell'enorme massa di carne? Ben mi mise una mano sulla nuca e poi mi tirò dolcemente a se, verso l'alto. “Johan” disse solamente, la mia testa era all'altezza del suo petto e quasi disteso su di lui gli accarezzai i capezzoli.
“Johan” aggiunse accarezzandomi il capo, “tu lo sai cosa vuoi veramente da me, non rinunciare al piacere”. Capii in quel momento cosa volevo, e mi voltai sul fianco sinistro, esponendogli la schiena. Sentì Ben muoversi dietro di me ed accarezzarmi la spalla, mentre dolcemente il suo corpo si affiancava al mio. Era come se fossimo fatti l'uno
per l'altro, la sua pancia si incastrava nella curva della schiena e le sue mani accarezzavano le natiche. Sentii il suo affare eretto strisciare sui miei glutei. La sua mano afferrò il mio affare e lo strinse forte, era in piena erezione ed abbassandolo lasciò
scoperto il mio glande. Senti la punta del suo affare toccare il mio ano, mentre lentamente mi penetrava con l'altra mano mi masturbava facendo in modo che le due sensazioni di piacere si mescolassero in modo quasi armonioso. Sentì che aveva superato lo sfintere anale penetrandomi solo con la sua grossa capocchia rossa e lasciò il mio affare portando le sue grosse mani sul mio torace dove iniziò a premermi i capezzoli.
“Non farmi male” dissi io, impaurito dal fatto che ancora doveva entrare quasi completamente dentro di me. Lui mi sussurrò all'orecchio “non avere paura il tuo corpo conosce già tutto”. Sentì la spinta dei suoi fianchi e mentre mi penetrava un grosso gemito mi sfuggì. La sensazione era meravigliosa, sentire quell'ammasso di carne dentro di se, non sapevo fino a che punto si era spinto ma iniziavo a sentire un po’ di dolore in un
punto imprecisato nel basso ventre. Ma lui continuò fino a quando non sentì sbattere le sue palle sulle mie natiche. Pensavo sarebbe stato doloroso, invece dopo un dolore iniziale ciò che avvertivo era una piacevole sensazione di calore e pienezza. Poi iniziò a muoversi avanti ed indietro, dapprima lentamente poi sempre più velocemente. Sembrava un treno per il rumore che faceva, il suo corpo che sbatteva nel mio ad un ritmo sempre più crescente. Dato che lo aveva molto lungo faceva un ampio arco lo usciva quasi di metà e poi lo spingeva dentro con forza. Era stupendo, iniziai a gridare dal piacere, non contavo più le bordate che mi dava con i suoi fianchi. Lo sentivo ansimare e gemere, il suo fiato sul collo, il suo petto sudato sulla mia schiena, la sua pancia poco sopra le natiche.

 
Mentre le sue mani mi stringevano il petto io stringevo le sue, completamente in sua balia come se non avessi altro desiderio che procurarli piacere ma in realtà stavo godendo in un modo che mai mi sarei immaginato con una penetrazione anale.
D'un tratto senti il mio affare come scoppiare, dovevo eiaculare, erano passati circa 10 minuti da quando aveva iniziato a scoparmi come un maiale. Cercai di portare le mani
sul mio affare ma lui le tenne ben salde a sé.
“Lascia che il piacere scorra, lasciati andare” disse Ben ansimando alle mie spalle. Allentò la morsa e le mia braccia furono libere ma andarono ad accarezzare il suo ventre dietro la mia schiena mentre lui mi abbracciò forte come non mai, quasi mi stritolo e posò le sue mani sul mio basso ventre mordendomi leggermente sul collo. Dopo qualche minuto non resistetti più ed eiaculai sul letto, getti di sperma caldo bagnarono le lenzuola come gli schizzi di una corda per innaffiare impazzita. Quando eiaculai il mio sfintere si serrò nello spasmo facendomi provare una sensazione di piacere mai avuta prima. Gridai di piacere fino a quando l'ultima stilla di sperma non usci fuori. Ben rallentò fino a fermarsi, lui non era ancora venuto, ma gentilmente posando la sua bocca sulla mia spalla e dopo averla baciata disse “Vuoi che ci fermiamo?”.
“No” risposi io, “continua ti prego” aggiunsi mettendo una mano sulla sua. “Ti faccio provare una cosa” disse Ben uscendo il suo affare dal mio ano. Mi voltai verso di lui, timoroso di toccare il suo affare grosso e bagnato. Lui tranquillamente si sedette sul
letto mostrando l'affare eretto come un perno, rosso e lucido come un peperone. “Siediti sopra di me” disse Ben dando un paio di colpetti sulle cosce, “Ti sei comportato bene per essere la prima volta” aggiunse con un sorriso. Io volevo soddisfare Ben, dopo che mi aveva dato tanto piacere volevo contraccambiarlo, anche se in quel momento non avevo grossa voglia di rifarmi inculare accettai e lentamente mi misi sopra di lui. Piegandomi leggermente in avanti il suo affare entrò facilmente di nuovo dentro di me, fino a quando non mi appoggiai completamente su di lui. Stavolta era tutto diverso, Ben mi mise le mani sui fianchi e lentamente si spostò sopra e sotto, io lo aiutai nel movimento, era meno ampio di prima, più lento e sensuale ma iniziai a provare nuovamente un intenso piacere. Guardavo Ben in viso che apriva e chiudeva la bocca come se sussurrasse qualcosa, i suoi splendidi occhi azzurri, la sua barba nera che ondeggiava sul petto villoso. In breve tempo ebbi di nuovo un'altra erezione, stavolta fu lui a prendere in mano il mio affare e a masturbarmi. Rimanemmo cosi per una mezz'ora fino a quando non venni di nuovo, proprio sul suo stomaco peloso. Per tutta la notte non fece altro che scoparmi in tutte le posizioni possibili e non se ne venne mai, al contrario di me che eiaculai per altre quattro volte. All'alba quando il sole sorgeva ed illuminava la stanza di una luce dorata, Ben mi fece distendere e si mise a cavalcioni su di me. Capì cosa voleva fare e misi le mani dietro la nuca, con un rapido gesto della mano eiaculò su di me getti caldi di sperma che mi colpirono la pancia, il torace e persino la faccia.
Ci asciugammo entrambi con il lenzuolo e ci addormentammo l'uno abbracciato all'altro, come se ci conoscessimo da secoli.
 


[CONTINUA...]