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venerdì 23 settembre 2011

Bear Fiction: Il ragazzo del sabato [di GigiBear5]

 Racconto di GigiBear5
 Illustrazioni di Renenou
Attendo il rumore del portellone, come ogni sabato.
E’ il portellone di un furgone con strisce adesive pubblicitarie sulle fiancate. Ha avuto qualche piccolo incidente nell’uso quotidiano ed il suo rumore è riconoscibile, il vibrare dei vetri quando viene sbattuto è particolare. Stasera Guido è in ritardo, forse le ultime consegne erano più complicate o il traffico. Assaporo già il piacere di averlo tra le braccia e delle emozioni che sapremo regalarci. Da quando è entrato nella mia vita sono cambiate molte cose, ho smesso di andare a ronzare nei parchi o nei parcheggi dell’autostrada a caccia di sesso veloce con contadini ruspanti, panettieri indecisi o camionisti di passaggio. Mi hanno sempre attirato figure maschili decise, mature, persone del popolo con una sessualità ben pronunciata, i ragazzini o gli efebi non mi hanno mai regalato emozioni, li ho sempre trovati insapori e senza appeal.
 

Ho aperto tutte le finestre per fare entrare un filo d’aria, la brezza gonfia le tende e regala l’impressione che sia più fresco all’interno.
Lo aspetto appoggiato alla finestra, la piazzetta lì sotto è deserta, m’incanto a guardare le falene attorno al lampione e lascio vagare i ricordi.
Guido, lo conosco da un sacco di tempo, da quando era alle superiori ed io ero uno dei suoi docenti. Era un ragazzone che si staccava dal resto della classe, un poco solitario ma non il tipo musone sfigato. Riservato era forse l’aggettivo corretto per descriverlo, legava coi compagni ma manteneva le distanze, era visibilmente più maturo anche perché la vita non era stata gentilissima con lui. La famiglia gestiva uno spaccio alimentare, il padre non godeva buonissima salute e lui lavorava ogni giorno prima dell’apertura a sistemare e rifornire gli scaffali, poi la scuola, e nel pomeriggio sostituiva la madre al banco o alla cassa, appena lei tornava, andava a fare le consegne con lo scooter. Era gentile con tutti ma deciso di carattere, abbastanza brillante in classe, anche se non gli restava molto tempo a disposizione per studiare, aveva un’ottima memoria e questo gli permetteva di imparare velocemente.


Guido aveva un modo di guardarmi che mi spaventava, lo sguardo adorante di chi cerca una figura maschile di riferimento, un sostituto del padre. Una relazione con uno studente è la cosa che terrorizza di più un docente, porta a stravolgere la vita di entrambi, sia che si limiti ad un blando rapporto studente-professore, sia che diventi qualcosa di più profondo che sfoci in un innamoramento. Capita spesso, ed i ragazzi hanno talmente bisogno di sentirsi corrisposti da non tollerare di essere respinti, i loro innamoramenti sono repentini, feroci ed ingenui, senza alcuna delle limitazioni che frenano gli adulti.
Non potevo manifestare evidenti preferenze ma ho sempre avuto un occhio di riguardo per lui, c’era una naturale empatia nei suoi confronti, ma in classe non era possibile mostrarla, divenire il “cocco” del professore sarebbe stato dannoso per lui, i compagni lo avrebbero schernito. Mi stava a cuore e cercavo di proteggerlo da molte delle cose negative che avrebbe incontrato mentre cercava di maturare. Nei consigli di classe l’avevo sempre supportato perché ottenesse la promozione a giugno e non dovesse affaticarsi anche durante l’estate per recuperare materie. Facevo leva nel consiglio docenti sulle difficoltà familiari per fargli ottenere voti migliori di quanto meritasse.



Nei cambi d’ora, nell’intervallo o a fine lezioni me lo trovavo davanti con le sue domande da adolescente. Domande vitali per lui, che potevano far sorridere un adulto, ma a cui non sapeva dare risposte e che non sapeva a chi porre. Erano i grandi perché della vita, quelli che fanno prendere scelte. Mi esternava i suoi dubbi rispetto a quasi ogni problematica, comprese quelle sessuali per le quali mostrava una curiosità vorace. A volte entrava nel personale e mi chiedeva perché non ero sposato o non ci fosse una compagna nella mia vita. Glissavo sorridendo, capivo cosa gli frullava in capo e quale risposta avrebbe voluto, ma non potevo permettermi il lusso di dirgli che le mie scelte erano tutte orientate verso l’omosessualità.
Mi chiedeva se poteva venire a trovarmi durante le consegne o nel primo pomeriggio prima di aprire il negozio. Sapeva dove abitavo perché gli avevo mostrato il mio piccolo tesoro, una veranda con piante tropicali ed  orchidee che lui amava in modo particolare. Ogni tanto mi chiedeva di poterle visitare. Gli avevo insegnato come curarle, potarle, annaffiarle e come dovevano essere esposte alla luce. Era un piccolo paradiso privato dove mi ritiravo a leggere. Un divanetto di vimini divenne il luogo dove, al riparo di orecchi indiscreti, mi poneva i suoi quesiti più intimi e dove si apriva raccontandomi cosa lo turbava. I sentimenti erano a fior di pelle ma non venivano espressi. Evitavo il contatto fisico che potesse in qualche modo essere frainteso e terminavo ogni discussione con lui con una stretta di mano, a ribadire il rispetto, la familiarità ma anche la distanza che ci separava. In realtà vedevo in lui quello che ero stato alla sua età, con gli stessi sbandamenti, le incertezze sessuali, la necessità di porre domande a cui nessuno poteva rispondere, i bisogni di sicurezza e affermazione personale. 

Mi addolorò quando la madre venne a dire che lo avrebbe ritirato a fine anno e non avrebbe proseguito gli studi per l’aggravamento delle condizioni del padre.
Lo persi quasi di vista negli anni seguenti, mi capitava di incrociarlo con il suo scooter e i pacchi da consegnare in paese, indossava il casco e lo riconoscevo solo se strombazzava e accennava un saluto. Dopo i 18 anni prese la patente e lo vidi in giro sul furgone con l’adesivo pubblicitario dell’azienda. Stava sempre col braccio muscoloso e peloso fuori dal finestrino. Era più semplice riconoscerlo in quel modo. Ormai reggeva il negozio al posto del padre che si era aggravato fino a rischiare di perdere la vita. Era l’uomo di casa.
In quattro anni aveva messo su peso, qualcosa come 15 chili di muscoli e lardo distribuiti in modo delizioso, cosce tornite, belle chiappe tonde, pancetta e pettorali robusti e un bel viso rotondo e sorridente. Probabilmente aveva superato il quintale.
Aveva di volta in volta tenuto e tagliato baffi, barba, pizzetto, favoriti, un po’ per stare alla moda un po’ per sembrare più maturo. Amava un taglio di capelli corto, semplice da curare, a causa del quale lo prendevo in giro salutandolo con un “hey marine!”. Non avevo aggiornamenti sulla sua vita privata, non sapevo se frequentasse ragazze, o chi fossero i suoi amici.

Un pomeriggio in cui sentivo l’insopprimibile bisogno di avere un’avventura, al riparo da occhi indiscreti, andai in una città vicina, in un bagno pubblico dove sapevo che la fauna era molto interessante e la scena poteva diventare bollente. Ancor prima di entrare mi accorsi di un certo movimento. Due uomini stavano toccandosi, uno aveva la maglietta appoggiata su una spalla ed era a torso nudo, dell’altro, più nascosto, vedevo solo la mano che armeggiava con la sua patta. Ero eccitato per la situazione che poteva diventare torrida e già immaginavo un giochetto a tre quando vidi che l’altro uomo era Guido. Mi bloccai, l’eccitazione scomparve, mi sentii avvampare in un misto di rabbia, sconforto, gelosia, paura e nausea. Richiusi la lampo ed uscii quasi di corsa, alzando una mano a stoppare qualsiasi sua balbettante recriminazione.
Il “mio” Guido che avevo cercato consapevolmente di proteggere da me stesso, era in un cesso pubblico con un altro uomo. Mi sembrava impossibile, a cosa era servito il mio evitare di farmi coinvolgere, mi sentivo umiliato per la situazione in cui l’avevo colto. Sentii i suoi passi alle  spalle, Guido mi seguì non osando chiamarmi per nome, forse per evitare un’inutile scenata in pubblico, mi girai due volte e vidi disappunto sul suo volto, cercava il mio sguardo ma non glielo concessi. Mi seguì fino all’auto dove salii e misi in moto senza concedergli mai di potermi parlare. Dallo specchietto lo vidi scuotere il capo allargando le braccia in un gesto dolente.

Tornai a casa infuriato, cercando di dare un senso a quella rabbia che mi era esplosa dentro, sapevo la risposta ma non avrei permesso a me stesso di dirla. Gelosia. Ripensai ad una notte, vicino ad un parco che frequentavo quasi ogni settimana, dove il battuage era serrato. Vidi parcheggiato in zona il riconoscibilissimo furgone di Guido col suo adesivo sulle fiancate, pensai che fosse solo un caso, ora il dubbio che avevo soffocato, che fosse lì per cercare altri maschi riprese consistenza. Aveva fatto le sue scelte ed aveva conosciuto il sapore di un uomo, un altro uomo che non ero io, altre mani avevano accarezzato i suoi peli, il suo ventre, le sue cosce, il suo sesso, altre bocche avevano assaggiato le sue labbra, i suoi capezzoli, la sua pelle e gli avevano regalato piacere. Avevo voglia di spaccare qualcosa.

Il sabato successivo un clacson suonò nella piazzetta sotto casa, dopo un paio di minuti suonò di nuovo, imprecai a quegli sciamannati irrispettosi della quiete, i campanelli ed i cellulari esistevano per evitare gli schiamazzi inutili. Mi affacciai per vedere chi strombazzava e vidi Guido appoggiato al suo furgone, col finestrino abbassato, pronto a suonare di nuovo. Guardava in sù senza muovere un muscolo, con la testa inclinata con un’aria triste e sorniona allo stesso tempo. Appena mi affacciai affondò le mani nelle tasche dei jeans coi gomiti allargati, alzò le spalle in un gesto di scusa, col corpo sembrava chiedesse “che posso farci?” Rimasi a guardarmelo, stringendo le labbra, una folla di pensieri mi girava in testa senza riuscire a trovare un bandolo, senza riuscire a decidermi se farlo salire o no, se parlargli, se rifiutarmi e volgergli le spalle, pensai a tutte le conseguenze, ai vicini chiaccheroni, al collegio dei docenti, alla preside, a tutte le mie conoscenze, alle beghine del paese se solo avessero saputo. Pensai a quanto gli fosse costato quel gesto, pensai che avrebbe potuto suonare al campanello ma aveva preferito mostrarsi invece di parlarmi al citofono, pensai mentre lo guardavo:
“il “mio” Guido è qui sotto col suo faccione tenero e triste, ed è qui per me, è qui perché vuole dirmi che mi vuole bene e che è dispiaciuto di come ho saputo delle sue scelte, è qui perché adesso può dirmi tutto quello che non ha osato esprimere in tutti questi anni”.
Decisi di mandare affanculo il mondo, gli feci segno di salire ed aprii la porta, il suo sorriso illuminò tutta la piazza.

Come sembrarono lunghi quei pochi secondi mentre saliva le scale, mi proposi di darmi un contegno, di calmarmi, mentre le pulsazioni correvano senza arrestarsi. Aprii la porta e lui scivolò dentro, era diventato grande, un adulto con un corpo fantastico anche se io continuavo a vedere in lui l’allievo e non l’uomo fatto. Aprì bocca per cominciare a parlare, glielo impedii posandogli un dito sulle labbra ad intimargli il silenzio. Lo presi per un braccio e lo portai in camera da letto. Non ci fu’ bisogno di aggiungere nulla, camicie, calzoni, scarpe, calze e mutande volarono mentre le nostre labbra si univano. Un bacio bruciante, sgarbato, sgangherato, pieno di tutta la passione trattenuta fino a quel momento, ci urtammo i denti, ci mordemmo, ci succhiammo le lingue soffocandoci per non prendere respiro. Un bacio senza fine, senza riaprire gli occhi. Rotolammo sul letto, toccandoci, mordendoci, leccandoci, succhiandoci, frugandoci in ogni piega, in ogni curva, assaggiando la nostra pelle ed ogni sua fragranza.
Eravamo entrambi bagnati di precum vogliosi di esplodere, ce lo scambiammo succhiandoci le dita a vicenda. Incapaci di resistere, godemmo senza alcun ritegno, senza trattenerci, senza pensare a nulla, grugnendo, gemendo, digrignando i denti. Consumammo quella prima mezz’ora senza una parola, poi dopo i grugniti e gli ansimi venne il momento delle parole, del raccontarci le reciproche storie, le paure, i sogni, i desideri. Mi raccontò della passionaccia che si era preso a scuola e di come si era sentito offeso per la mia rigidezza, per non avergli mai manifestato quell’affetto che lui intuiva ma non sapevo e non volevo esprimere. Ridemmo e ci sentimmo accomunati dai ricordi, dalle tante esperienze, ci commuovemmo dei nostri sentimenti, finalmente liberati dai nostri timori.

Tornò l’eccitazione e la voglia di farlo meglio. Ci amammo, senza frenesia stavolta, con la voglia di lasciar parlare i nostri corpi. Scoprimmo i nostri punti caldi e sensibili, e fu dolce, torrido e tenero stuzzicarli per regalarci piacere. Finimmo d’ansare e pose la testa sul mio pancione e si lasciò coccolare ed accarezzare, quasi si addormentò mentre mi stringeva. Mi fece una tenerezza infinita, avrei voluto che quel momento non finisse mai. Mi resi conto che avevo desiderato quel contatto fin dal primo giorno, solo il rapporto precedente studente-professore ci aveva bloccati impedendoci una conoscenza intima che entrambi volevamo.

Doveva rientrare a casa, gli offrii una doccia prima d’andarsene.
Me lo guardai tutto mentre s’insaponava, perfetto sotto ogni aspetto, bello come un sogno, era la prima volta che potevo vederlo nudo ad almeno un metro di distanza, tornito, sodo e peloso, con un culo strepitoso e tutte le cose al posto giusto, esprimeva sensualità in ogni gesto.
Uscì pochi minuti dopo dal box doccia per asciugarsi, lo aiutai ad indossare l’accappatoio e mi baciò teneramente mentre lo strofinavo ed abbracciavo. Avremmo potuto ricominciare a far l’amore. Rise davanti alla nuova evidente eccitazione di entrambi. Mi respinse dolcemente scuotendo il capo.
Si rivestì e mi chiese:
“Che fai sabato?”
“Nulla di pianificato”
“Posso passare?”
Annuii.

Guido da quella notte è il ragazzo del sabato sera. Beh non solo quello…
Se soltanto sentissi sbattere quel portellone coi vetri tintinnanti potrei cominciare a sorridere.



[I collages di Renenou che illustrano il racconto sono libere elaborazioni delle opere di  Edward Hopper, esposte al MoMa Museum di New York.]




mercoledì 4 maggio 2011

Bear Fiction: L'algerino, una Domenica a Marsiglia [di GigiBear5]

 Racconto di GigiBear5
 Illustrazioni di Renenou

Quell’agosto del ’63 fu caldissimo. Avevo da poco compiuto 18 anni ed ero bloccato in casa a studiare per ripresentare l’esame del Bac a settembre, esame che avevo stupidamente  fallito a giugno. Era domenica, ero solo ed al senso di frustrazione si era aggiunto il fatto che tutta la famiglia, gli amici ed anche i vicini erano fuggiti dalla città per cercare refrigerio in campagna o al mare. Accesi la radio per rompere il silenzio ed avere un poco di compagnia. Venni sbeffeggiato da Sheila e la sua “L’école  est finie”. Non per tutti, pensai. La residua, scarsa, voglia di studiare svanì immediatamente e mi prese la smania di uscire, di passeggiare, di fare qualsiasi cosa pur di non rivedere i libri su cui dovevo passare le ore.

Indeciso su come passare quel pomeriggio presi l’autobus per il centro, m’incamminai nella città quasi deserta, irrealmente silenziosa, immaginai che fossero tutti in vacanza, a godersi il mare, a divertirsi in spiaggia, a leccare gelati e rinfrescarsi coi cocomeri in ghiaccio, mentre io mi scioglievo di caldo. Pensai di andare al cinema, magari in uno di quelli che conoscevo bene per le attività che si svolgevano nelle ultime file o in piedi nella galleria, amori frugali bruciati in 5 minuti. Un poco di sesso con qualche sconosciuto avrebbe placato il senso d’oppressione e di solitudine che mi aveva preso. Sudavo nell’aria rovente, il marciapiede sembrava fondersi sotto ai miei piedi, scartai l’idea del cinema, troppo caldo, a quell’ora sarebbe stato soffocante.


La stazione mi sembrò più interessante come luogo di caccia, i bagni erano il posto giusto per un facile incontro senza conseguenze. La lunga fila dei pisciatoi sembrava l’esposizione delle banane, gli avventori si scambiavano sguardi, si sporgevano a misurare le evidenti eccitazioni, qualcuno sfrontato allungava sinuosamente la mano a toccare la mercanzia, qualche rapido cenno, alzate di ciglia che domandavano “qui o altrove?” e sparivano nelle cabine a consumare. Mi misi vicino ad uno robusto che di spalle sembrava un portuale, aveva l’età e la taglia che mi hanno sempre attirato.
Era arabo, con la pelle scura, bei baffoni curati con una piccola rasatura a fare da stacco sotto al naso. Era vestito da festa, come amavano fare i lavoratori straneri nell’unico giorno libero, incravattato nonostante il caldo, camicia e pantaloni stirati e scarpe lucide. Lo guardai fisso, ricambiò lo sguardo, segno che gli potevo interessare. Aveva intensi occhi color miele scuro. Scesi con lo sguardo là in basso e lui scostò la mano che mi impediva la visuale.
Si masturbava dolcemente, senza fretta. Un cazzo tosto, non enorme ma bello, ben proporzionato con una gran cappella completamente esposta. Mi venne il desiderio di toccarlo ed assaggiarlo. Feci un cenno d’invito per entrare in una delle cabine bagno, scosse la testa con un movimento secco aggrottando le sopracciglia che era un no tra disgusto e paura. Pensai rapidamente a dove poterlo portare, a casa non potevo ed era troppo distante, doveva essere consumato qui ed ora. Gli proposi con un altro cenno di uscire, annuì, ripose l’attrezzo nei pantaloni e mi seguì.

Gli spiegai in poche parole che mi piaceva e che avrei voluto giocare con lui ma che non avevo un posto, gli proposi nuovamente di entrare nel bagno ed usare una delle cabine. Scosse di nuovo il capo e disse:
«Troppo pericoloso».
In effetti se era pericoloso per un marsigliese farsi beccare in quella situazione, poteva essere molto peggio per un maghrebino, con la guerra d’Algeria ed i fascisti sempre in caccia per menare chi provenisse dall’altra sponda del mediterraneo. Figurarsi se omosessuale. Anche la polizia non ci andava cauta in quelle situazioni.

Conoscevo un alberghetto sordido a pochi metri dalla stazione, non lo avevo mai utilizzato, ma sapevo per sentito dire che offriva camere per poche ore a prezzi possibili, e non rifiutava neri, arabi o coppiette in cerca d’intimità. Gli proposi di andare lì a consumare, tentennò a lungo, la paura di essere visto in mia compagnia era forte, la comunità araba era molto presente in quel quartiere, nemmeno loro scherzavano con chi era in contatto con i “bianchi”, gli estremisti del FLN potevano dichiarare qualcuno troppo compromesso con la frequentazione degli europei e sgozzarlo. Il problema non era l’omosessualità, mai ammessa ma praticata, ma il rapporto con un francese. Alla fine vinsero il suo desiderio di fare sesso e la mia insistenza, accettò. Gli indicai la direzione e ci accordammo in modo che io mi avviassi e prendessi accordi per la stanza mentre lui mi avrebbe seguito a qualche metro di distanza. Sarebbe entrato solo ad un mio cenno che tutto era andato come previsto.

L’Hotel Imperial, era tutto tranne che imperiale, piccolo, su tre piani, con una quindicina di stanze mai rinnovate, ed una facciata che aveva visto una mano di colore forse nella belle epoque. L’ingresso era circondato di marmo grigio e sembrava una macelleria con un lungo corridoio. Il corridoio si allargava nella zona della reception, dietro al bancone si intravedeva una sala da pranzo con alcuni tavoli, molti ninnoli polverosi raccolti in troppi anni e mai buttati, oltre a quadri orrendi in cornici ancor peggiori. Il conciergie era bassino, magrolino ed insignificante, leggeva “Le Méridional” la camicia che teneva sbottonata fino al petto aveva grandi aloni di sudore. Aveva un piccolo ventilatore che invano tentava di farlo smettere di sudare, si passava in continuazione un fazzoletto sulla fronte e sul collo per asciugarsi. Dalla radio che teneva accesa da qualche parte sotto al bancone veniva la vocina di Françoise Hardy “..tous le garçons et le filles de mon age…”
Chiesi una stanza per due.
«Per una notte?»
«No per qualche ora» risposi imbarazzato.
Allungò il naso fuori dal bancone e vide l’arabo sulla porta.
Fece un’espressione di sorpresa e disse:
«Ah due uomini… attenda un attimo.»
Sparì nel corridoio alle sue spalle che dava sulla sala da pranzo. Cominciai ad innervosirmi, era la prima volta che prendevo una stanza in albergo con un altro uomo. Ritornò dopo un paio di minuti con un sorrisetto untuoso e l’occhio luccicante.
«Di solito non prestiamo accoglienza per poche ore nelle nostre stanze, ma per voi faremo un’eccezione, il proprietario ha acconsentito a darvi una camera. Sono 70 franchi anticipati.»
Pagai, non mi chiese i documenti, segno che quei 70 franchi non sarebbero stati denunciati al fisco. Ne approfittai e diedi generalità false. Feci un cenno all’arabo che tutto era andato bene e poteva entrare.
«Ecco la chiave, stanza nr. 11 al primo piano. Gli asciugamani sono sulla sedia vicino al lavandino.»
Salimmo con lo sguardo dell’ometto ed il suo sorrisetto che ci inseguivano su per le scale.

Entrammo e richiusi la porta appoggiandomici come se fossimo entrati nudi in chiesa. Ci colse un senso di pericolo scampato e di vergogna. La stanza era grande, poco illuminata per le persiane socchiuse e le tende tirate a trattenere fuori il calore. Il letto era matrimoniale, grande, centrale, con una coperta di un rosa che aveva visto tempi migliori. La carta da parati era vecchia, scolorita e scollata in qualche giuntura. Oltre ad un lavandino, un piccolo bidet mobile, un armadio da scapolo, un piccolo tavolo e due sedie, non c’era altro arredo nella stanza. Ciò che attrasse la nostra attenzione fu un enorme specchio orizzontale, lungo quanto il letto, che occupava una parete intera.


Ci spogliammo in silenzio, dandoci la schiena, riponendo gli abiti con misurata lentezza, come se ci vergognassimo di essere arrivati a quel punto. Mi girai, lo stacco di abbronzatura sulla sua schiena era evidente, nonostante la pelle olivastra, probabilmente lavorava a torso nudo, immaginai fosse, come molti maghrebini, un muratore. Aveva chiappe e gambe sode, muscolose e pelosissime. Quando si girò la sua eccitazione fu evidente. Mi inginocchiai, glielo accarezzai e me lo sfregai sulla faccia. Era durissimo e palpitante. Glielo succhiai e dai piccoli grugniti che emise capii che gli piaceva molto. Non era rasato come molti suoi compatrioti ed aspirai assieme al suo sapore il profumo speziato della sua pelle, profumo di maschio, cannella, chiodi di garofano, zafferano e patchouli. Mosse il bacino ritmicamente mentre glielo succhiavo, aumentò il ritmo e mi tenne la testa con le sua mani forti. Prese possesso della situazione in modo deciso, voleva far capire chi comandava. Mi esplose in bocca dopo un paio di minuti, godeva tenendo la bocca chiusa, gemeva e si tratteneva, come chi è abituato a far l’amore facendo attenzione a chi gli dorme accanto o non deve sentire. Pensai di soffocare per la grande quantità di sperma che mi riversò in gola.

Temetti che fosse finita lì, davvero poca roba per tutto l’impegno per convincerlo a venire in quel cesso d’albergo, ed invece appena gli rilasciai il cazzo, che era ancora completamente duro, mi prese per le ascelle e mi appoggiò in ginocchio sul letto, s’inumidì le dita e mi bagnò il buchetto, gli servirono pochi secondi per essere completamente dentro di me. Gridai di dolore per la sua irruenza ma poco dopo il calore si diffuse dentro di me e cominciai a provare piacere. Scopava con un bel ritmo cadenzato, senza fretta ma con energia, si guardava allo specchio mentre me lo infilava ed i nostri sguardi si incontrarono più volte, in una complicità maschile riconfermata.
Lo specchio era affascinante, ci sdoppiavamo, ci guardavamo far l’amore come se fosse un’altra coppia.
Eravamo in  quattro a scopare, due me e due lui.
Raccolse le mie gambe e mi fece ruotare su un fianco, riprese a scoparmi in quella posizione, si divertiva a guardare il suo bel cazzo tosto entrare ed uscire completamente dal mio ano, con quel piccolo “pop” quando estraeva anche la cappella.

Mi sentivo completamente suo, scopava benissimo ed aveva uno sguardo divertito e cattivo allo stesso tempo. Aveva la pelle lucida, imperlata di sudore che scendeva rimbalzando in piccole stille su ogni pelo. La pelle era bruciata dal sole ma liscia, mentre le sue manone erano ruvidissime e mi trattavano come un pezzo di carne inanimata, non mi accarezzava, non mi coccolava, mi possedeva.
Continuava a produrre piccoli gemiti mentre io non potevo smettere di dire degli infiniti sì,sì, sì, ad ogni colpo affondato. Ero completamente eccitato, il cazzo quasi mi doleva e non me lo ero ancora toccato. La possibilità di vedere questo arabo grosso, solido, baffuto che mi prendeva e mi spingeva le gambe verso il petto per aprirmi il culo completamente e mostrarlo all’altro che mi scopava nello specchio, aggiungeva un piacere psicologico a quello fisico.

Dopo avermi sbattuto per qualche minuto in quella posizione mi ribaltò completamente, mi buttò le gambe all’aria tenendomi per le caviglie. Mi trattenne così col culo sospeso e cominciò ad entrare in me ancora più violentemente, ogni colpo mi faceva arrivare ondate di calore, mi sentivo un giocattolo nelle sue mani, posseduto fino al cervello. Le sensazioni si accumularono, le ondate di piacere si sovrapposero e persi il controllo della mia prostata e delle mie palle, stavo godendo senza toccarmi.
Gli dissi “Io godo” ed lo sperma cominciò a fluire dal mio cazzo, più lentamente di qualsiasi altra occasione, ma in modo così intenso e sconvolgente che mi sembrò di aver goduto per due, sia per me che per l’altro me che era nello specchio. Al sentirmi stringere il culo e godere anche l’arabo esplose e sborrò dentro di me, questa volta grugnendo e gemendo. Sentivo e vedevo grazie allo specchio le sue gambe vibrare mentre le chiappe sembravano spremersi come se volesse schizzare dentro di me tutto lo sperma del mondo. Quando lo lasciò scivolare fuori sentii il suo fluido assestarsi nell’intestino e mi sembrò una quantità enorme. Restammo lì ansanti ad aspettare che passasse la bufera ormonale che ci aveva sommersi.

Parlammo per qualche minuto, gli chiesi della sua vita, mi raccontò a fatica con poche parole e frasi molto brevi della sua situazione, era algerino, poco più che quarantenne, con moglie e 4 figli che rivedeva ogni due anni quando rientrava al paesello nella zona di Bougie (ora Bejiaa). Era muratore anche in Algeria ma qui guadagnava molto di più, poteva risparmiare e mandare danaro alla famiglia. Condivideva un piccolo alloggio con altri due conterranei non tanto lontano dal quartiere di Saint Charles, per questo era molto cauto e spaventato di poter incontrare qualcuno di loro. Cercava di non spendere un franco per il proprio piacere, sognava di rientrare in Algeria e col denaro guadagnato cominciare una attività e far progredire la famiglia. Non aveva nessuna femmina a disposizione in Francia, le puttane erano care e… esitò… non sicure. Immaginai che intendesse pericolose perché le meno care erano minate dalla sifilide. Non osò chiedermi nulla di personale, nemmeno il nome, esaurito il momento di passione in cui aveva dominato il rapporto, tornò a farsi sentire la differente estrazione ed uscì la sua soggezione rispetto ai nativi. Gli chiesi delle difficoltà di vivere all’estero. Con un sospiro mi raccontò della paura di fare cattivi incontri, con le bande dell’ OAS* pronte a fare le loro “ratonnades*” da una parte, ed i compatrioti estremisti dall’altra. Non c’era tristezza nelle cose che diceva, semplice constatazione. Compresi le motivazioni della sua riservatezza e non feci altre domande.

Dopo una sigaretta cominciò ad accarezzarmi con le sue mani ruvidissime, mi diede un bacio senza aprire le labbra e mi disse:
«Vieni dolcezza, ho ancora voglia di te.»
Mi prese sul fianco senza fretta, mi alzò la gamba per penetrarmi meglio, lo fece a lungo accarezzandomi il ventre, mi fece godere molto. Ci guardavamo fissi negli occhi attraverso lo specchio, ci comunicavamo piacere, sensualità e complicità, era il nostro piccolo segreto quella condivisione di emozione. Venne una terza volta ed ancora mi sembrò che mi avesse inondato gli intestini.

Ci lavammo, ci rivestimmo e lui mi fece capire che aveva fretta di andare, e che avrebbe preferito uscire da solo per evitare di poter essere collegato alla mia presenza in albergo. Lo lasciai andare con una vaga promesse di rivederci, rispose con un improbabile:
«Può darsi.»
Sbirciai tra le tende e lo vidi allungare il passo in direzione della piazza d’Aix, ora che l’algerino era in salvo potevo uscire anch’io dall’hotel.
Riconsegnai la chiave al conciergie che mi chiese di attendere.
«Il proprietario vorrebbe parlarle.»
Pensai che il proprietario volesse farmi richieste erotiche.
Il conciergie mi fece accomodare nella sala da pranzo, il proprietario mi aspettava lì seduto ad un tavolo, circa sessantenne, grasso, calvo e con gli occhiali. Mi fece accomodare di fronte a lui, abbassò la radio e la lasciò in sottofondo.
Esordì con:
«Noi di solito non accettiamo coppie maschili, ma ho voluto fare un’eccezione per voi visto che sei un “bel giovanotto”.»
Lo disse in un modo così untuoso che pensai volesse chiedermi di fargli una pompa. Proseguì:
«...bisogna stare attenti perché la polizia fa dei controlli… tu capisci? Anche se da noi non si corrono certi rischi… tu capisci? Noi sappiamo come comportarci in questi casi… Qui da noi non ci sono mai problemi… tu capisci? Quando vorrai potrai sempre venire con altri uomini… tu capisci?»
«Grazie è molto gentile.»
Cominciò a ridere gonfiando la pancia. Si toccò il pacco aggiustandoselo e disse:
«Del resto… tu capisci… abbiamo potuto godere del vostro bello spettacolo attraverso lo specchio, ne valeva la pena.»
Una vampata di calore mi fece arrossire dai piedi ai capelli e mi trovai bagnato di sudore.
«Non ti innervosire, sono un amatore di questo genere di spettacoli, anche se più spesso tra uomini e donne. Ho molti amici, buonissimi amici, che amano questo genere di spettacoli… tu capisci? Persone facoltose che possono pagare… se ti interessa… tu capisci? Posso fornirti la stanza gratuitamente ogni volta che lo desideri e in più posso offrirti un poco di denaro per le tue spesucce. Se tu sei d’accordo possiamo organizzare dei piccoli spettacoli grazie ai tuoi incontri. Tu capisci?»
Mi sentivo sempre più rosso e mi mancava il respiro.
Proseguì:
«Il tuo “bicot*” lo rivedrai presto?»
«Può darsi...»
«Tanto lui o un altro non importa, a quelli lì gli proibiscono di bere mica d’incularsi. Non gliene frega niente se s’inculano finché non bevono… tu capisci? Quello lì però ti scopava bene. Allora che ne dici?»
Avevo gli orecchi in fiamme, mi sentivo bruciare.
«Non so, devo pensarci, mi prende così... alla sprovvista.»
Si lisciò il davanti dei calzoni, accarezzandosi lentamente la patta e guardandomi in faccia. L’invito era chiarissimo.
«Bene, pensaci, e ricordati che qui puoi avere sempre la camera gratis se vieni a farti una bella scopata.» Fece una risatina di commiato.
«Grazie.»
Mi alzai ed uscii, il concierge mi regalò un altro dei suoi sorrisetti maliziosi.

Appena fuori, nonostante il calore insopportabile, cominciai a respirare meglio, lo stupore nei confronti dell’offerta ricevuta mi abbandonò.
Presi l’autobus in direzione nord per ritornare a casa, ai libri, con un languore ed una sensazione piacevole che mi attraversava il corpo. Mi accorsi nell’immagine riflessa del finestrino del leggero sorriso dipinto sul mio viso, quel gioco di immagini riflesse mi fece pensare all’algerino senza nome, che mi aveva rubato due ore di sesso e svelato un mondo nascosto dentro ad uno specchio.

Quella proposta si riaffacciò molte volte nei miei pensieri, la tentazione di ripetere l’esperienza era forte, essere al centro dell’attenzione morbosa di qualche sconosciuto nascosto da una parete di cristallo, provocarlo, attizzarlo o causarne il piacere, era eccitante, ma la paura di poter essere fotografato o filmato mi ha sempre trattenuto dal ritornare all’Hotel Imperial. L’emozione ed il piacere ottenuti non si smorzarono, anche dopo aver appreso di essere stato osservato mentre facevo l’amore dal rozzo, xenofobo, proprietario d’hotel e dal suo assistente. Il fascino per le immagini riflesse nello specchio da allora in poi, è divenuto uno dei migliori supporti delle mie attività amorose.


*bicot = espressione denigratoria gergale francese con cui venivano denominati i maghrebini.
*OAS (Organisation Armèe Sécrete) = gruppi per il mantenimento dell’Algeria nell’orbita d’interesse francese, autori di molti attentati e di molti morti, militanti dell’estrema destra.
*ratonnades = rastrellamenti punitivi di maghrebini. La denominazione deriva da raton = topo, espressione denigratoria rivolta agli arabi in generale.



 
 

domenica 12 luglio 2009

Bear Fiction: BOLOGNA (di GigiBear5)

BOLOGNA

Racconto di GigiBear5


Stazione Centrale, primo pomeriggio d’inizio maggio, piove di brutto. Sto tornando a casa in licenza premio dopo due mesi. Il primo treno utile arriverà tra tre ore. Nonostante i portici una passeggiata con questo tempo è senza storia. Ho già riletto il quotidiano e mi sono rimaste solo le pagine d’economia di cui non m’interessa una mazza. Stiracchio le gambe e guardo la piccola scucitura in mezzo alle gambe, s’intravede il bianco delle mutande. Ci sto crepando dentro a questa divisa ed e’ la taglia più grande che avevano. Se dovessi fare un movimento brusco o dieci passi di corsa mi troverei col culo in piazza.
Tamburello la panza guardando l’orologio che non vuole correre. ”E muoviti maledetto… che voglio arrivare a casa e rivedere gli amici!”
Vado a svuotare la vescica.
I bagni pubblici sono a sinistra vicino al capolinea della Est. Bagni enormi.
Mi accomodo a gambe larghe davanti al pisciatoio in angolo, slaccio cintura e bottoni. Entra e si piazza a due posti di distanza una figura ingombrante.
Il movimento che colgo con la coda dell’occhio mi incuriosisce, mi giro. E’ un frate, non riconosco l’ordine, non mi hanno mai interessato i religiosi.
Si tira il lembo del saio alla bocca e lo tiene colle labbra. Arcua il corpo in avanti per non pisciarsi sui piedi scoprendo abbondanti porzioni di cosce e polpacci.
Gambe pelose e robuste. I peli gli arrivano fino ai piedi, mi ritrovo a fissare il suo alluce destro sormontato da un delizioso ciuffettino nero che sporge dai sandali.
Sento il suo sguardo addosso, salgo con gli occhi a cercare i suoi. Occhi marroni scuri, brillanti, un ulteriore guizzo ed un leggero ammiccamento mi va avvampare il viso. “…impossibile mi stia battendo… avrà un tic… E’ un frate!!!”
Altra schermaglia di sguardi, non li abbassa mai, fa sul serio. “...ed ora che succede?… Mica posso farmi un frate QUI! nei bagni della stazione”.
Arretra leggermente ruota i fianchi verso me, mi mostra il cazzo, sotto non porta niente. Decisamente ci sta provando, sono imbarazzatissimo.
Mi attizza un macello ma vorrei scappare a gambe levate.
Mi salva un rumore di passi di qualcuno che sta entrando. Apre la bocca e lascia scivolare il lembo. Ora che ha la bocca vuota mi sorride. Ha un gran bel faccione tondo e solare, barba e baffi, scuri come i capelli che porta cortissimi.
Allunga il collo sbirciando la mia evidente erezione. S’infila in un bagno, l’ultimo in fondo, lasciando la porta socchiusa. Sento i suoi occhi perforarmi la nuca.
Richiudo i bottoni e mi avvio verso il lavandino, deciso ad andarmene. Il terzo uomo se ne va e sento il cigolio dei cardini. Si è tirato nuovamente su il saio e lo tiene al petto con una mano. Si strofina cosce e palle facendo sballonzolare il cazzo che ha già duro e pulsante. Mi invita con tutto il corpo e fa un gesto osceno con la lingua. La ruota lentamente leccandosi le labbra.
Vorrei fuggire ma è irresistibile. “…se arriva la pula come me la sfango?
“CazzoCazzoCazzo!”
E’ pericoloso ma mi scoppiano le mutande.
Mi avvicino, scivola all’interno trascinandomi dentro. Si tira il saio fino alle ascelle. Ha pelo riccio e folto su tutto il petto ed una pancia rotonda che non riuscivo ad immaginare così compatta e ben fatta.
Mi invita ancora con un movimento imperioso del capo a richiudere la porta.
Sto tremando di eccitazione. Si avvicina. Occhi dolci ma pieni di libidine.
Potrebbe essere mio padre, avrà 45 anni ,forse 50. Mi accarezza e mi calma. Scende con le mani e mi sbottona lentamente. Ha un tocco leggero, mi fa rabbrividire, slaccia anche la cintura, mi fa allargare le gambe e lascia che i calzoni si affloscino ai polpacci.
Mi bacia il collo, strofina la barba sul mio petto e si ferma a fare mulinelli attorno ai capezzoli, subito rigidi. Li lecca, li lavora con cura, nessuno mi ha regalato tanta emozione solo toccandomi. Accelero il respiro, con improvvise apnee quando mi fa sentire i denti.
Mette una mano sulla mia bocca, sto mugolando senza accorgermene.
Si stacca sorride e fa segno di stare zitto. Annuisco.
Riprende, mi sta facendo godere solo con la lingua, ancora non mi ha toccato lì, nel mio orgoglio di ventenne arrapato e sento l’umidiccio del precum contro le mutande.
Apre la camicia completamente e gioca con le mie reni ripassando con la barba qua e là facendomi sobbalzare. Slaccia il cordone e sfila il saio, agganciandolo alla porta. Mi mostra le spalle, è uno spettacolo indimenticabile, un mare di peli che non si arresta fino al retro delle ginocchia per riprendere fino alle caviglie. Ha un sedere alto e rotondo in cui vorrei affondare. Sente i miei occhi frugarlo, si gira con un sorriso complice.
Mi schiaccia contro il muro e riprende la sua inesorabile discesa. Arriva fino all’altezza della cintura poi scende fino alle ginocchia risalendo, strusciando barba e baffi, mi allarga le ginocchia e passa la testa in mezzo. Mi lecca l’interno cosce, provocandomi contrazioni.
“...sali! ...sali! SALI e succhiami il cazzo, mi hai spogliato quasi nudo ed ancora non me lo hai toccato. Non capisci che mi fai impazzire?!”.
Sembra sentire il mio desiderio, risale fino alle palle, titillandole, leccandole.
Benedette mutande tattiche, così larghe da permettere alla sua lingua di arrivare fino all’attaccatura delle gambe. Mi intriga quel contatto parziale, la sua faccia nascosta nelle mie mutande. Vorrei facesse in fretta ma intuisco che sa perfettamente come condurre il gioco.
Prende le mutande e le sfila lentamente in basso baciandomi il monte di venere, potrei venire anche solo al pensiero del contatto delle sue labbra. Gli prendo la testa e lo obbligo ad alzarsi. Lo guardo intensamente e lo bacio. Chiude gli occhi, ricambia e si abbandona.
Ci stringiamo accarezzandoci schiena e fianchi , sento il suo uccello puntare contro la mia coscia , sensazione di umido. Con la destro lo tengo contro di me e con la sinistra lo accarezzo, a mano aperta, lo frugo, lo esploro, indago tra tutti quei peli.
La caccia ha successo trovo il suo capezzolo, grande come una matita , puntato verso l’alto. Abbandono la sua bocca per divorarglielo, ora è lui a mordersi le labbra per non emettere suoni. Passo all’altro lo sento guizzare, gli accarezzo le cosce, sfiorandolo a mani aperte, ogni pelo una piccola scarica elettrica.
Scendo con la bocca ma non sono paziente, punto subito al bersaglio grosso, gli succhio il cazzo srotolando la lingua. Ho il suo sapore dolciastro in bocca.
Mi ferma la testa, me la guida tra le gambe, cerco le palle. Sono grandi, allungate e profumano di maschio. Soffoco nel tentativo di metterle in bocca entrambe. Prendo fiato e ritento, stavolta funziona, si fa scappare un mugolio. Gliele massaggio mentre il suo cazzo mi preme contro il naso, le vibrazioni delle sue gambe mi fanno capire che è una delle sue zone sensibili.
Allungo le mani a sfiorare la pancia, ne seguo il profilo tenendo le dita ben aperte, sussurra qualcosa. Questo silenzio obbligatorio mi eccita maledettamente. Passo una mano dietro e ripeto il gioco di stuzzicargli i peli. Quando raggiungo il sedere lo sento vibrare, piccole velocissime contrazioni. Passo con le dita tutto il solco fino all’attaccatura delle palle, gli spasmi diventano velocissimi.
Ripasso appoggiando le dita con un poco di pressione, lo spacco si apre e mi ingloba due dita. E’ caldo e leggermente sudato, le dita si umettano al passaggio e sento la palpitazione del buchetto.
Ci gioco senza mollargli le palle, raccolgo la saliva che mi sbava dagli angoli della bocca e gli bagno il buco, spalanca le ginocchia per darmi campo. Ha la faccia contratta, mi prende la mano e la guida dentro facendomi sentire la cedevolezza del suo sfintere. Mi monta una voglia imperiosa di farlo mio.


Mi allontana la faccia , gli libero le palle. Mi tira in piedi e finalmente mi abbassa le mutande, piega il tronco e mi succhia con avidità, lecca meticolosamente lasciando il suo rotondo culo peloso in piena vista. Bagno e faccio scivolare un dito dentro, è burro bollente, non smette nemmeno un istante di divorarmelo, aggiungo un dito, stavolta stringe, inarca la schiena e sbuffa a bocca piena.
Vorrei già schizzargli in bocca, ma mette le dita ad anello e mi stringe palle e cazzo. Sento che mi si ingrossa. Lo guardo sorpreso, sto imparando molte cose da lui oggi.
Ho la cappella viola, lucida come vetro, puntata verso l’alto.
Mi spinge contro il muro, si mette in posizione divaricando le gambe e lentamente arretra con leggeri colpi delle reni. Sento il calore del suo culo avanzare lentamente mentre mi inghiotte centimetro per centimetro. Inesorabile spinge finchè sento le sue anche cozzare contro le mie pelvi. Muove la testa annuendo in segno di obbiettivo raggiunto, si appoggia meglio al muro di fronte e comincia a scopare.
Rotea le chiappe per allargarsi e stantuffa all’indietro, lasciandomi muto interessatissimo spettatore. Fa un massaggio coi visceri per accompagnare il ritmo della scopata. Mi sento un giocattolo, il suo giocattolo, sono solo un cazzo. Mi piace e voglio partecipare. Comincio a seguire il suo ritmo, enfatizzando i colpi. Gradisce, smette di usarmi e lascia che sia io a decidere la velocità dell’inculata.
Ritmo che si fa presto indiavolato, rilassa completamente lo sfintere mentre lo monto con passione. Gli tengo le spalle, e sento salire i miei succhi pronti ad esplodere. Il respiro soffocato ma affannoso lo avverte del momento, stacca per un attimo una mano dal muro per farmi segno di star zitto. Annuisco. Si masturba.
Stringe di colpo i muscoli anali provocandomi un orgasmo immediato. Schizzo dentro di lui, sento il calore del mio seme irradiarsi, mi mordo le labbra per non urlare, soffoco a fatica i rumori che vorrei emettere .
Continua a stringere e si masturba. Sento le ondate del suo piacere straziarmi il cazzo, mentre brividi gli corrono su tutta la schiena. Si rilassa e lentamente mi lascia uscire. Ho il cazzo duro come quando abbiamo iniziato, come se non fossi venuto. Srotola carta igienica, mi pulisce, mi massaggia il corpo con dolcezza, sono appoggiato al muro svuotato d’energia. Mi aiuta a rivestirmi, mi fa l’occhiolino, sorride con uno sguardo birichino e divertito, sblocca la porta, sbircia e mi spinge all’esterno.
Esco e mi siedo su una panchina del giardinetto interno a rifiatare, mentre la pioggia finalmente chetatasi ticchetta sulle vetrate. Esce, mi vede e fa uno strano saluto a metà tra un ciao e una benedizione. Trotterella via.

Non ci siamo detti nulla, non ho sentito com’è la tua voce, non so come ti chiami, non so da dove vieni, non so niente di te…
…ma so che sto bene.

venerdì 27 marzo 2009

Bear Fiction: Solita tratta Roma – Firenze (di GigiBear5)

Solita tratta Roma – Firenze

Racconto di GigiBear5

Solita tratta Roma – Firenze , treno insolitamente poco affollato, c’è’ posto quasi in ogni scompartimento, ne scelgo uno a caso,stasera voglio ronfare. Scelgo il posto vicino al corridoio e mi spaparanzo, sollevo il bracciolo e lascio che la mia panza si espanda slacciando i bottoni della camicia, ci sono altri due viaggiatori che occupano i posti finestrino, silenziosi, immersi nella lettura.
Il treno ha un sussulto e si parte, metto un giornale sul posto di fronte ed allungo le gambe, passano due membri del personale viaggiante e mi trovo a fissare il culotto rotondo del secondo che sballonzola inconsapevolmente sexy, sente i miei occhi e mi lancia una sguardo, o forse e’ la mia voglia che si volti ad illudermi. Bella facciotta incorniciata da una barba folta e curata, probabilmente meridionale, occhio e’ scuro e vivace. Sembra quasi un sorriso quello che lancia ed e’ già’ sparito in fondo al vagone.
Vabbe’ mettiamoci a dormire e sogniamo. Ma non dormo e sogno ad occhi aperti, mi ritrovo a sorridere maliziosamente a nessuno, mi si intosta l’oca e diventa difficile nasconderla, mi sistemo il libro aperto sulla bozzo in mezzo ai calzoni, evitiamo di turbare i pensieri dei tranquilli compagni di viaggio. Riprovo ad appisolarmi e sto per riuscirci quando si apre la porta a scorrimento, riappare la bella faccia del controllore che chiede i biglietti, si appoggia contro lo stipite e la mia coscia, ruoto un poco il corpo per sfilare il portafogli ed il libro scivola. Si china più’ pronto di me e lo raccoglie e si accorge di cosa nasconde, abbozza un sorriso e me lo rende, ringrazio e mi scuso per la sbadataggine, borbotta qualcosa e mi rende il biglietto bucato. Ritiro le gambe e lascio che entri di un passo per bucare anche gli altri biglietti , si sporge in avanti ed il suo ginocchio tocca, decisamente tocca il mio pacco, mi struscia il porcellino e non mi guarda, mi arrapa e non mi concede margini di risposta, maledetto mi fa quasi schizzare solo con quella pressione, durerà’ trenta secondi ma sembra mezzora, vorrei non se andasse mai. Ringrazia un cenno di saluto e via… Accidenti a te e al tuo sorriso sexy! Vedo la sua schiena adesso appoggiato alla porta dello scompartimento successivo, una linea invidiabile e quel culetto e’ decisamente splendido, rotondo e corposo, da mangiarglielo tutto, dentro quella divisa ci sta stretto come gliela sfilerei volentieri. Saluta e prima di passare oltre gira la testa, si becca la mia occhiataccia libidinosa e ride, ride apertamente, lo sa che mi piace e mi sbeffeggia, gli sorrido di rimando buttando indietro la testa e facendo spallucce a dirgli “ed ora che si fà?”. Gira la faccia e continua a fare il suo lavoro. Mi ridistendo e provo a pensare ad altro. Siamo quasi ad Orte ormai, meglio provare a schiacciare quel pisolo.

Dopo qualche minuto si riapre la porta, mi aspetto un altro viaggiatore e mi sorprende vedere di nuovo quella bella barba nera che mi fa ingolosire, mi chiede se può rivedere il biglietto, gli e’ venuto un dubbio, lo accontento, mi guarda con una espressione curiosa tenendo il biglietto in mano, mi dice che c’è una irregolarita’ che deve controllare perché non si legge bene la destinazione, mi chiede di seguirlo dal capotreno per chiarimenti. E’ una balla grande cosi’ ma complimenti per l’aggancio, fingo di abboccare raccatto la mia roba e lo seguo, si volta e rimane stupito, gli do tutta una testa e gli chiudo completamente la visuale del corridoio, oltre ad una trentina di chili. Sorride cortese e mi invita di nuovo a seguirlo, mi viene una voglia di pizzicargli il culo! Nello sbollonzolamento della passerella di collegamento me lo ritrovo addosso come se stesse per cadere, lo tengo stretto ed e’ una sensazione magnifica e’ sodo e decisamente ciccio, dall’alto riesco a sbirciargli dentro il colletto, uhmm sembra una pelliccia quella che si intravede, sbuffo e mugolo, si volta ancora ed apre la porta, un altro sorriso gli scatta in faccia, ha gli occhi sexyssimi.
Mi porta in fondo al vagone seguente e mi invita ad entrare in uno scompartimento vuoto alla fine del corridoio, mi segue, si volta e richiude, tira le tende e le incrocia, estrae la chiave universale e blocca la porta, alza la mano e spegne le luci, lentamente si gira col più beffardo dei sorrisi e mi trova pronto, lo bacio, lo divoro, cerco di possederlo con la lingua mentre le mani rovistano alla caccia dei bottoni che lo imprigionano. Non lo mollo, continuo a baciarlo mentre volano i pezzi del suo vestito, e’ tutto un cincischiare un mugolare un fremere, cominciamo a sudare ma ancora non finisce il primo bacio, sono eccitato ed infoiato, lo vorrei scopare subito, gli cerco i capezzoli, geme e quasi si piega, Tombola! Sei mio! Glieli accarezzo e dolcemente torturo tirandoli verso l’alto, sento che le ginocchia gli cedono, lo lascio scivolare, mi strofina la barba sul petto e mi lecca fino all’ombelico, si ferma a sciogliere la cintura e mi abbassa i pantaloni, un guizzo impetuoso quasi lo schiaffeggia, sfrega la barba sulle mutande, e mi mordicchia il cazzo senza togliermele, c’è una macchia di precum enorme, la lecca come fosse un gelato mentre mi passa una mano a prendere le palle, sono già alte e sode, pronte a esplodere, gli prendo la testa e lo allontano, voglio baciarlo ancora. Gli tolgo i calzoni e le mutande senza staccare la bocca, ha il corpo bollente, quasi fuma, ha il cazzo duro come un sasso, me lo faccio sparire in bocca tenendogli i capezzoli, mugola e sbatte la testa, ansima e mi guarda con gli occhi velati, devo fermarmi non voglio che goda subito. Gli tolgo le scarpe e gli sfilo tutto, lo faccio alzare in piedi sui sedili, lo giro e gli passo la barba su tutto il corpo, un massaggio lento e leggero che parte dal collo alternato a lunghe leccate ed alitate bollenti, sospira, rabbrividisce, le sue gambe fremono, lo faccio appendere alla rastrelliera e lo invito a sporgersi verso di me, scendo colla barba sulla conca perfetta della sua schiena, barba contro peli, un tocco che lo fa impazzire, sento che vibra, mi abbasso sempre più e si sporge in fuori sa’ dove voglio arrivare e si sta offrendo. Lo lecco lentamente umettandogli il solco fino a raggiungere il buchetto, passo oltre e lentamente risalgo, mugola ancor più, mi supplica di non farlo impazzire, sorrido gongolante. Con la destra gli apro il solco mentre lo lappo a colpi sempre più ficcanti e ravvicinati, lo sento vibrare, il suo buchetto è umido e palpitante, con la sinistra gli lavoro cazzo e palle, sento il suo precum sulle dita, le rigiro ed inumidisco, lo penetro con un dito, non protesta anzi spinge un altro poco indietro per offrirsi meglio, mi sto arrapando da matti, lo voglio, glielo dico, non risponde ma si abbassa un poco piegando le ginocchia, rovisto in tasca trovo un gommino e me lo infilo in un batter di ciglia, sento il suo desiderio,la sua voglia di essere preso, i suoi feromoni hanno invaso lo scompartimento, gli appoggio il cazzo sul solco e scivolo verso il basso, mugola ed ansima, indietreggia, non resiste, mi supplica di scoparlo, con una voce dolce e bassa, lo accontento, entro finalmente in lui, e’ bollente. Mi devo concentrare vorrei esplodergli dentro subito, ma voglio farlo godere, do un ritmo lentissimo per durare a lungo, gorgoglia e dice sconcezze, mi attacco ai suoi capezzoli e lo pompo lunghissimo, lo estraggo completamente, il leggero pop mentre lo sfilo lo fa ansimare, lo lavoro senza fretta, colpi lenti e ritmati alternati a brevi scariche intense, mi sembra di avere il cazzo duro come non l’ho avuto mai. So che non ce la faro’ a resistere a lungo mi eccita troppo, glielo dico e gli dico che voglio baciarlo mentre godiamo, mi risponde “troppo tardi” e sento le contrazioni del suo culo stritolarmi il cazzo mentre lancia un grido acuto e schizza contro la parete drizzando la schiena, mi trascina con sé stringendomi col suo sfintere, mi sento risucchiare dentro e vengo con tutto il corpo teso come un arco. Lancio un ruggito profondo, un gorgoglio infinito che non riesco a trattenere, con l’ultimo barlume di buon senso mi tappa la bocca con le mani e mi continua a stringere dentro di se come fossi una cosa sua. Mi abbatto su di lui, travolgendolo, lo schiaccio sui sedili e gli divoro la bocca, il collo, le spalle, gli orecchi, ho gli occhi chiusi e non voglio riaprirli, troppo intenso e bello è il piacere che mi da quest’orso. Lentamente i nostri respiri si placano e ritroviamo la lucidità, mi sfilo da lui e lo rigiro sotto di me, mi abbraccia e si avvinghia cingendomi con le gambe come se avesse paura lo abbandonassi, mi lecca la faccia e mi bacia ogni centimetro di pelle raggiungibile, restiamo cosi’ a sorriderci cogli occhi ardenti travolti da una intensa dolcezza. Mi mette un dito sulla bocca per stoppare i miei baci e dice “Scendo ad Arezzo”. Lo rivesto lentamente coccolandolo come un neonato e una dolce amarezza mi coglie…chissà’ se ci rincontreremo? Capisce il mio imbarazzo e mi fa scivolare in mano il suo numero di telefono… sorridono i suoi occhi e so che ci sarà un dopo.

sabato 28 febbraio 2009

Bear Fiction: Autocisterne (di GigiBear5)

Autocisterne

Racconto di GigiBear5


Fine ottobre, sto andando da amici per una cena “inventata” il giorno prima.
Sono in autostrada da dieci minuti, squilla il cellulare, rispondo, mi dicono c’è un ritardo, sono bloccati in una coda su a Roncobilaccio. Sono vicinissimo ad una piazzola, svolto dentro e mi fermo per finire la telefonata. Ci accordiamo per la sera dopo, stesso posto. Bestemmio un po’ son già due volte che dobbiamo rimandare.
Spengo, scendo e vado a pisciare. Mi slaccio la cintura per mettermi più comodo, ho appena iniziato a svuotare la vescica ed un guizzo di fanali mi acceca. Do un sobbalzo e schizzo sulle scarpe.
Nel buio del posteggio c’è un camion, non me n’ero accorto. Mi dà un altro colpetto di abbaglianti, con la mano lo mando a quel paese, ormai ho cominciato mica posso smettere. Insiste con un altro flash. Mi fa incazzare, ma che vuole? Mai visto uno scaricare la vescica? Cerca rogne? Gli do pure le spalle, non lo sto offendendo con uno spettacolo indegno. Ancora un flash. Finisco, sgrullo e ripongo l’attrezzo.
Voglio vedere che faccia ha sto lampeggione. Mi avvicino e comincio a distinguere la sagoma, e’ una cisternona francese da carburanti, una di quelle coi siluroni acciaio leggermente inclinati verso la coda. Sono a tre metri ed accende la luce di bordo, una lucetta azzurra tenue. Ha una t-shirt bianca, capelli a spazzola e folti baffi biondi. Mi guarda e ridacchia. Sporge in avanti il mento come a dire “vediamo che c’è’ li sotto”. Mi fa incazzare la sua arroganza ma contemporaneamente mi stuzzica, e’ veramente un bell’uomo, se sotto è proporzionato al pezzo di tronco che vedo e’ decisamente un gran bell’orso. Le braccia sono pelose, pelo biondo fitto fitto ed intrecciato.
Slaccio la cintura e tiro fuori l’attrezzo, ho appena pisciato non è certamente un cazzo da copertina ma la situazione mi stuzzica, comincia a puntare verso l’alto senza toccarlo. Sorride, con la falsa arroganza dei timidi, e con la mano mi indica di avvicinarmi. Sono sotto il suo finestrino e comincio ad essere eccitato, mi guarda spostando gli occhi dal viso al pisello e si umetta le labbra. Segnale recepito. Scompare dentro la cabina, vedo solo la mano appoggiata al volante.
Un click e la portiera si apre, spegne la luce di bordo, comincia a scendere. Vedo le scarpette sportive e le sue gambe nude, risalgo con lo sguardo ad un primissimo piano di un delizioso mappamondo peloso, che bel culo, alto, sodo, rotondo. Scende lentamente e sinuosamente, gli appoggio una mano su una coscia e lo fermo a mezz’aria, sto annusando il suo aroma, è delizioso, azzardo un colpo di lingua su tutto lo spacco, ha un brivido, mollo i calzoni ed uso entrambi le mani per aprirgli le chiappe, non reagisce sta immobile appeso alla maniglia. Gli passo la lingua dentro il solco rallentando più che posso, una lappata morbida, mugola, borbotta, gorgoglia sommessamente. Sto per lanciarmi in un altro passaggio ma mi blocca la testa, mi fa arretrare e scende.
E’ nudo dalla cintola in giù ed è uno splendido giocattolo peloso. Si accoccola e mi attrae a sé, fa una magia , si fa scivolare in un solo colpo tutto il cazzo in gola e con la lingua mi massaggia le palle. Quasi lo strozzo con la botta che gli arriva, mi intosto al massimo in un secondo, mi eccita da matti, gli accarezzo la testa, capelli cortissimi ed ispidi, glieli massaggio col palmo mentre si ingoia tutto un’altra volta.
Non so cosa voglia fare ma mi sta facendo godere come capita di rado, sento che muove le mani ma sono troppo preso da questa strepitosa pompa. Comincia a pomparmi lentamente scorrendo con la lingua sotto l’asta, la sensazione e’ cambiata , non capisco cosa sia successo.
Chino la testa, mi ha infilato un gommino usando solo la bocca, mi si rizza ancor più se possibile. Lo sollevo per le ascelle, gli tengo la testa , lo bacio, risponde, ha una lingua bollente che sa di me, si è sbafato tutto il mio precum , il porco. Faccio correre le mani sotto la maglietta, una bella foresta di peli con piccoli capezzoli appuntiti, scendo con la sinistra a prendergli il cazzo, vibra con tutto il corpo appena lo tocco, mi blocca la mano e con la testa fa no no, mugugnando senza smettere di baciarmi, è carico, rischia di sparare il suo seme immediatamente.
Si stacca dalle mie labbra, con un gesto lento si caccia in bocca tutte le dita e se le porta dietro bagnandosi, intuisco che se n’è infilate almeno un paio da come allunga il collo. L’invito è palese.
Sono troppo alto per lui, scopare in piedi è un problema, lo risolve mettendo un piede sul predellino e l’altro sul marciapiede, offre uno spettacolo indimenticabile, si passa la mano sotto, mi prende il cazzo e se lo punta dritto contro il buco, spinge indietro e si impala da solo, geme, storce la bocca, mi prende una spalla, bloccandomi. E’ bollente, una emozione fortissima, avverto un formicolio fino alla punta degli orecchi.
Lascio che decida lui che ritmo tenere, gli fa male, il suo braccio vibra di tensione, lentamente si scioglie ed abbassa la schiena, si sputa sulle mani ed inumidisce entrambi, comincia a farselo scorrere dentro, è una tortura, come vorrei sbatterlo.
Comincia a piacergli, alza il ritmo, colpi più’ ravvicinati e pesanti, me lo scopo, passo le mani sotto le sue ascelle e lo tengo inchiodato, comincia la danza, roteo i fianchi per allargarlo tutto, mugola, volta la faccia e mi guarda fisso, non parla ma gradisce, guaisce, sto per scoppiare e comincio a mugolare, si scioglie dal mio abbraccio, si piega tenendomi le palle con una mano, i colpi sono forti adesso, sto ansando. Stringe i coglioni e mi blocca, non vuole che venga, mi fa sfilare tirandomi verso il basso ed alzando il sedere. E’ uno spettacolo anche per gli occhi. Che culo, che meraviglia.
Mi fa rifiatare, mi attira ancora a se, stavolta il colpo delle sue reni è fortissimo, si morde le labbra per non urlare, ne esce un barrito smorzato, guida il mio ritmo, usa le palle come redini, mi rallenta, accelera, blocca, vuole guidare lui. Scopiamo con passione e dedizione, evita di farmi arrivare bloccandomi per tre volte.


Cerco i suoi capezzoli, s’irrigidisce, gli butto la maglia sopra la testa , sfrego la barba sulle spalle e sul collo, lo mordo, lo lecco, lo insalivo, gli prendo i capezzoli e tiro in avanti, gli si taglia il respiro, e’ duro come marmo, miagola , sento che si scioglie, sta godendo senza toccarsi, sta schizzando producendo rumori osceni, sento il profumo del suo seme.
Rallenta la presa sui miei coglioni, mi lascia finalmente venire, esplodo, urlo, digrigno i denti, barrisco al cielo, una vampa mi brucia la schiena, lo abbraccio sollevandolo e mi sbatto contro il pianale, lo tengo stretto ansando mordendogli la spalla, non mi rendo conto della forza con cui lo tengo avvinghiato, mi da piccoli colpi con la testa finchè ritorno in me. Allento la morsa ma non lo lascio, storta il collo all’indietro e mi bacia, un bacio liberatorio, dolce , appassionato.
Esco da lui, ci ripuliamo, mi rivesto, sorridiamo, sto per parlare e mi blocca alzando una mano. Mi guarda fisso, sorride, strizza gli occhi, alza le spalle. C’è un discorso lunghissimo in quello sguardo ”restiamo anonimi…..evitiamo di farci del male….. chissà se ci rivedremo mai….”

Ho un tuffo al cuore ogni volta che incrocio una di quelle autocisterne ...e sorrido.