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mercoledì 7 marzo 2012

My Clone [di Sun e Victor]


Ariel apre gli occhi e inizia a vivere in un incubo. Ha ricordi vivissimi della propria esistenza passata, la consapevolezza di essere qualcuno di importante, e di avere in mano le sorti di un intero paese. Solo che in questo nuovo, strano e progredito mondo, non sembra essere più così. Il suo corpo è ringiovanito, ma non è del tutto sotto il suo controllo. Funziona piuttosto come un automa di carne, pensante, vivo, ma nato per servire ed essere usato più che altro come giocattolo. Almeno così inizia a scoprire, mentre i fantasmi di una storia per lui recente si infrangono contro il nuovo volto del pianeta, mutato e mai così crudele...

My Clone è un fumetto elettronico (cioè esistente e acquistabile solo in formato pdf) prodotto dal sito americano www.chubold.com, di cui rispecchia l’estetica e le prevalenti scelte nella rappresentazione erotica disegnata. Un’estetica gay bear già mostrata in modo esemplare nei fumetti porno western di Chuckles (Payback, di cui abbiamo parlato in precedenza) che hanno per protagonista il cacciatore di taglie superobeso Pete Sanchez. Un approccio che non solo elegge i chubs, i ciccioni, a peculiare oggetto di desiderio, ma che attinge a suggestioni sadomaso in cui la monumentalità del corpo maschile diventa simbolo di un potere costituito da sottomettere, sessualmente e moralmente. Non a caso, come nel citato Payback, i corpulenti protagonisti dei fumetti targati Chubold.com sono presentati (almeno all’inizio) come rudi eterosessuali, espugnati e spogliati della loro arroganza con violenze fisiche e psicologiche, in una danza morbosa di desideri incontrollabili e ambigui cedimenti.


My Clone, di Victor e Sun, si colloca nel solco di questo stile a cavallo tra lo SM e il Bear, ma a differenza del ciclo di Pete Sanchez, possiede caratteristiche peculiari. Innanzitutto una vera trama e veri dialoghi, per quanto lineari e prevedibili, ma soprattutto introduce un elemento che fornisce al racconto una marcia trasgressiva in più, trasformandolo da semplice prodotto per uso onanistico ad autentico oggetto trash. La presenza, come protagonista, di un personaggio reale della storia recente: Ariel Sharon (sia pure clonato), e di tematiche serissime e drammatiche come la questione palestinese. Nel mondo avveniristico di My Clone, il conflitto arabo-israeliano si è concluso con la quasi totale distruzione dei territori coinvolti. Israele non esiste più, e le comunità arabe superstiti vivono ossessivamente nel ricordo della guerra e dei suoi orrori, celebrandone di nuovi. La clonazione umana, ormai definitivamente sdoganata, ha dato origine a un nuovo mercato degli schiavi. I cloni di questa realtà sono in tutto fotocopie dell’originale, ma geneticamente programmati per rispondere come droni robotici a determinati stimoli elettrici e vocali. Il volto di Ariel Sharon, per anni icona insanguinata del conflitto palestinese, è divenuto il capro espiatorio dell’irriducibile rancore islamico. Il primo ministro israeliano è riportato in vita più volte come clone per essere più volte umiliato, seviziato e ucciso, in un inferno interminabile tenuto in vita da grossi interessi commerciali. Le responsabilità militari del vecchio leader ebreo sono punite con la sottrazione della dignità e di ogni diritto civile, rendendolo sotto ogni aspetto un mero balocco usato per intrattenere le masse tuttora ubriache di un odio invecchiato per secoli.


Le cose potrebbero andare diversamente per l’ennesimo Ariel, clonato sul suolo americano per ordine di un giovane e facoltoso arabo omosessuale. Un uomo educato alla cultura dell’odio che ha sviluppato, per contrasto, (e Freud avrebbe molto da dire al riguardo) un’ossessione amorosa per la figura dell’antico nemico del suo popolo. L’ultimo Ariel nasce quindi in un ambiente confortevole rispetto ai suoi omologhi più sfortunati. Un ambiente che tuttavia non manca di traumatizzarlo, dal momento che egli possiede ogni ricordo del vero Sharon. La scoperta della propria natura di clone, la voce delle proprie radici ebraiche e la conoscenza di un mondo soggetto a un progresso sempre più spietato, porterà Ariel e Abdul dapprima a scontrarsi, poi pian piano a comprendersi, finché...



My Clone non è certo un’opera perfetta. E’ un fumetto che nasce per dare forma, colore e in qualche modo sostanza a determinate fantasie erotiche, e per giustificarle ricorre anche a mezzi che possono apparire goffi. A qualcuno potrebbe dare fastidio l’accenno all’esistenza di un gene gay, per quanto l’argomento sia presentato in modo talmente fumoso da risultare disinnnescato in partenza. Certi temi, tristemente seri, possono stridere in alcuni punti, e ci si può scoprire a domandarsi se era necessario attingere a una ferita dell’umanità ancora aperta e sanguinante. Si può dire che il sottotesto pacifista è un cliché (fate l’amore non fate la guerra) di molta narrativa pornografica, e che l’Ariel disegnato da Sun presenta una bonarietà e un sex appeal che lo Sharon storico in realtà non possedeva. Ciò non toglie che My Clone spiazzi proprio per il senso di innocenza che, nonostante la violenza intensa di alcune scene, emerge dal progredire del racconto. Stupisce che dopo tanta pornografia, ironia di grana grossa e pura provocazione, la storia d’amore iniziata quasi senza che noi lettori ce ne accorgessimo, ci regali un tuffo al cuore a poche pagine dal finale, e ci induca a trepidare per la sorte dei protagonisti sfiorando la commozione. Questo soprattutto, più dei suoi contenuti blandamente pacifisti (lo sforzo di essere equidistante si vede, ma non abbastanza), e dei suoi elementi weirdo, rende My Clone un fumetto difficile da catalogare. E’ una strana creatura, un po’ come il clone Ariel, che è l’uomo che è stato e nello stesso tempo detiene il potenziale per diventarne un altro del tutto diverso. Un prodotto stravagante prima ancora che un fumetto pensato per un semplice uso erotico. 



I disegni di Sun (artista di cui non si sa nulla, come niente è dato sapere sullo sceneggiatore Victor) presentano tratti derivanti dalla scuola orientale, ma ibridati con caratterizzazioni fisiche di altro stampo, in un piacevole melange di stili che alterna l’umoristico al drammatico con picchi di erotismo e carnalità (in chiave gay bear) elevatissimi. Sotto molti aspetti, è un peccato che certi fumetti prodotti sotto il marchio Chubold non vedano la luce al di fuori della rete, e anche che in così pochi li leggano e ne parlino. L’analisi dell’eros e delle proprie fantasie può diventare occasione per scoprire imprevedibili spunti di riflessione, e My Clone, nella sua spiazzante ingenuità, è sicuramente uno di questi casi.






lunedì 23 gennaio 2012

lunedì 15 novembre 2010

Chuckles: West, Orsi e Creditori


Il selvaggio west. Polvere, sudore, sangue...
Uomini ruvidi, pellerossa, banditi e cacciatori di taglie. Odio, vendetta, sesso violento. Ingredienti per un pulp di frontiera davvero tosto, ma anche per una fantasia bearish torrida, dove l’erotismo è abrasivo e i caratteri spigolosi. Avevamo già parlato, in passato, di Chuckles e della sua arte. Le notizie su questo artista erano e rimangono davvero pochissime, suggerendo l’idea che talento e timidezza spesso camminano insieme. Un profilo su Biggercity, dove per la prima volta è apparsa una cospicua gallery di suoi disegni, lo presenta come un chaser filippino, e altro non è dato sapere. Un tempo pensavamo che fosse solo un illustratore, i cui disegni abbozzati seguissero il filo narrativo di una fantasia orsofila dall’ambientazione pittoresca. Ma il tempo ha svelato l’arcano. Quella florida collezione di bozzetti altro non era che una raccolta di sketchboard preparatori di veri e propri fumetti. Fumetti bear che possono essere acquistati e scaricati in formato elettronico presso il sito Chubold, in mezzo a molti altri titoli interessanti di cui in futuro parleremo.


L’immagine del cacciatore di taglie Pete Sanchez, con la sua silhouette a dir poco esuberante, è già diventata un’icona popolarissima nel panorama bear internazionale, riconoscibile grazie ai numerosi bozzetti visibili, oltre che su Biggercity, su molti siti dedicati alla bear art. Né deve sorprendere, perché il talento di Chuckles è veramente straordinario, e riesce a evocare fantasmi erotici di rara potenza. Il ciclo di fumetti che vede Pete protagonista può essere ascritto al genere sex and violence, dove l’oggetto del desiderio (in questo caso un bifolco ciccione) subisce attenzioni sessuali e sevizie di ogni genere. Niente di nuovo sotto il sole, soprattutto nell’ambito dell’erotismo in chiave western, dove il fumetto per adulti (negli anni settanta, in Italia) ha consacrato il personaggio femminile di Vartàn, eroina di frontiera creata dal mitico Sandro Angiolini, che spesso e volentieri era spogliata, abusata e torturata dai suoi nemici. Facendo un passo in più, e passando sulla sponda dell’eros omosessuale e orsofilo, avremo modo di scoprire che il ciclo di Pete Sanchez firmato da Chuckles non segue binari troppo differenti. Solo che al posto di una sinuosa bionda troviamo Pete, un bounty killer obeso, maturo e sporco. Un individuo laido, arrogante (ma terribilmente sexy per chi ama le taglie forti) che colleziona nemici ovunque vada, innescando un’eterna girandola di vendette, scaramucce e prevaricazioni.



Non si può, parlando di ciccioni, di sesso e di west nei fumetti, non pensare al nostrano Mauro Padovani, artista genovese che ha fatto dell’eros ursino e delle ambientazioni di frontiera il proprio cavallo di battaglia. In comune con Chuckles c’è parte della componente sadomaso, ma la similitudine finisce qui. Se la violenza di Padovani è estrema, volta a far scorrere sangue per mixare erotismo e orrore, il sadismo messo in scena dalle tavole di Chuckles è più insinuante, ironico e giocato sui rapporti tra personaggi. Leggendo i fumetti di Chuckles, insomma, ci si accorge presto che l’onda erotica veicolata dalle spettacolari illustrazioni si fonda molto su un gioco emotivo, e fa leva su pulsioni primordiali che trovano nell’ambientazione western il teatro ideale per essere rappresentate senza inibizioni. 
 

La saga di Pete Sanchez, al momento consta di due lunghe storie intitolate Injun Bang e Payback. Due racconti da cui emerge chiaramente che il ruolo principale dell’eroe è quello di vittima sacrificale. Lo spunto si riassume con facilità. Il cacciatore di taglie Pete, nel suo girovagare a cavallo su e giù per il west, ha pestato molti piedi. Sono in tanti a odiarlo, a tramare vendetta o a volersi riprendere quel che ritengono gli sia stato sottratto. Pete cade nelle mani dei suoi avversari, e subisce le conseguenze di ogni loro capriccio. Questi pochi, semplici elementi sono rappresentati graficamente da Chuckles con una maestria sorprendente, che ci fa sospettare che l’autore lavori sotto altro nome nel settore professionale. Straordinarie le tavole di Injun Bang, dove Pete è seguito e spiato da alcuni nativi americani mentre, dopo una lunga cavalcata, fa il bagno nudo in un fiume. La scena della lotta in acqua tra il corpulento bounty killer e i pellerossa è di un dinamismo che lascia senza fiato. Altrettanto d’effetto è la violenta saga intitolata Payback, in italiano Riscossione. Ma che nella nostra lingua renderebbe di più come Creditori. Caduto in una trappola tesa dai suoi nemici che lo attendevano nascosti in casa sua, Pete subisce sevizie e violenze sessuali senza fine. Un torbido confronto tra uomini del west che sembra però nascondere l’inconfessato fantasma della passione omosessuale. Quasi che la violenza e la prevaricazione fossero l’unico modo praticabile, per questi fuorilegge di frontiera, per concedersi piaceri altrimenti banditi dalla loro mentalità di presunti uomini veri.


La particolarità del personaggio di Pete, oltre al suo aspetto imponente, è l’insistita grossolanità con la quale Chuckles ne delinea il carattere. Pete non è uno dei buoni. E’ volgare, cattivo, bullo, vagamente razzista. E’ un uomo eterosessuale che ha preso in casa una giovane e bella squaw che tratta a sua volta come un giocattolo erotico. Impudente e borioso, non sta mai zitto. Insulta tutti, anche quando non gli converrebbe. E’ violento, irriverente, coraggioso, indomabile. In parole povere: Pete è l’immagine stereotipata del maschio eterosessuale, ruvido e dispotico. Il frutto proibito di una fantasia omosessuale mai del tutto sopita. Pete è un simbolo irriducibilmente maschilista, ammantato di lercia virilità. Tutte caratteristiche espresse attraverso un linguaggio che fa largo uso di slang, di vocaboli politically incorrect, e di una spavalderia che spesso sconfina nell’ottusità. Una caratterizzazione simile associata a un corpo immenso e dalla forza erculea rappresenta, nei fumetti di Chuckles, il tabù definitivo da infrangere. La sacralità di un assoluto maschile da profanare e possedere contro la sua volontà, affinché ne resti intatta la fondamentale rudezza, il suo essere un premio irraggiungibile. E dalla sottomissione (sia pure con la fantasia) di un simbolo di autorità, deriva il turbamento erotico più profondo. Una sensualità che nei fumetti di Chuckles è talmente densa da potersi tagliare con il coltello.


Il corpo di Pete, che Chuckles disegna mostrando una conoscenza dell’anatomia che lascia senza fiato, buca letteralmente la tavola a fumetti con un impatto erotico sconvolgente. L’uso abile di mezzetinte e retini contribuisce a dare consistenza alle membra del protagonista, sempre generose di dettagli fino alla più piccola goccia di sudore. Per chi ama i chubs, il bounty killer, nudo e incazzato, appeso a un ramo d’albero come un quarto di bue, risulta veramente bellissimo. Pete sembra in grado di resistere a qualunque prova fisica neppure fosse il supereroe Wolverine. Non importa quante volte venga umiliato, percosso, sodomizzato. Pete sfida e insulta i suoi nemici, e ne alimenta la ferocia. Legato e inerme, li provoca duramente, con l’unico risultato – sembra – di attizzarne la lussuria. Il perverso gioco delle parti è suggerito, tra l’altro, dalla sua costante erezione, probabile sintomo di un occulto masochismo. Ma si può supporre che l’irriducibile ciccione non lo ammetterà mai, e seguiterà a sputare in faccia al suo avversario di sempre, da lui accusato di mirare a ben altro: «Tu... vuoi soltanto... succhiarmi il cazzo!»
 

La trama procede secondo i canoni inevitabili della novella erotica, dove il desiderio innesca un girotondo senza fine, e il grande baal di carne è più volte violato a dispetto della sua autorevole prosopopea virile. Un Prometeo incatenato, cui il fegato divorato dall’aquila ricresce per nutrire ancora il suo tormentatore. Mito di un eros che coniuga lussuria e violenza, il desiderio vietato per una figura paterna ridotta a oggetto di piacere. Il west è il palcoscenico perfetto per rappresentare questa tragicommedia di passioni e rivalità. Chuckles, disegnatore d’eccezione, ci si trova a suo agio, piegando linee e chiaroscuri alle finalità del proprio immaginario erotico, rendendolo abbastanza universale da affascinare una larga fetta di pubblico interessato alla cultura bear. Le copertine dei suoi fumetti sono un’ulteriore festa per gli occhi. Colorazione impeccabile, capacità di osare sin dalle immagini introduttive, e sfiziosi vezzi grafici per reinventare di capitolo in capitolo lo stesso titolo di testata, facendone un gancio per la scena più conturbante contenuta nell’albo. A suo modo, un vero gioiello della grafica gay bear che meriterebbe la stampa su carta e le attenzioni di un editore. Un vero peccato che Chuckles abbia scelto di tenere un profilo così basso, giacché le sue opere hanno tutte le carte in regola per conquistare un posto nell’olimpo del fumetto bear internazionale.


Il sito Chubold, è discretamente organizzato, e presenta più fumetti (non solo quelli di Chuckles) caratterizzati dalla bizzara variante del “pelo sì – pelo no”. E’ possibile, cioè, scegliere quale versione del fumetto si preferisce acquistare. Se quella in cui Pete appare come un ciccione irsuto o quella in cui è un classico chubby dalle carni levigate. Invenzione commerciale divertente, ma che non aggiunge né sottrae nulla alla qualità grafica dell’opera. Con il ciclo di Pete Sanchez, l’artista Chuckles ci ha donato un’altra interessante visione degli orsi di frontiera. Se quelli di Mauro Padovani sono dirompenti, sensuali e sanguinari, il divino ciccione di Chuckles è un Falstaff del west, erotico, rozzo e ironico. La violenza che subisce è da cartone animato, ed incarna l’euforia di un banchetto dionisiaco che gioisce dell’abbondanza da lui rappresentata. Un archetipo sempre esistito. A volte rimosso. Ma che fa parte dell’immaginario di tanti, e in una forma o nell’altra finisce sempre col tornare.

“Pizzica pizzica Fatine a turno/ Pizzica pizzica il grasso vigliacco/ Pizzica scottalo giragli intorno/ E dopo, voltalo,/ E poi rivoltalo tutto/ Quel brutto;/ Finché di seguito/ Esauste cedano/ A una a una/ Candele e stelle: e i raggi della luna.” 

[Le allegre comari di Windsor]




[La traduzione italiana della tavole-trailer di Chuckles è opera dello staff di Woof! Bear Blog]