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venerdì 24 giugno 2011

Game of Thrones (Episode 8) - The Bear Scene.

Game of Thrones è una serie televisiva statunitense prodotta e trasmessa da HBO a partire dal 17 aprile 2011, nata come trasposizione televisiva del ciclo di romanzi fantasy Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R. R. Martin. In questa, per il pubblico orsofilo si è subito segnalato il monumentale attore Kristian Nairn nella parte dello stalliere Hodor, gigante non proprio sveglio (è in grado di pronunciare soltanto il suo nome) ma fortissimo e dal cuore gentile.
Al riguardo, sta spopolando in rete una scena imprevista dello show (Game of Thrones Episodio 8). Scena, in cui il personaggio di Hodor (al di fuori da ogni contesto logico) appare completamente nudo esibendo la sua arma virile davanti a una donzella che appare divertita e ammirata. Che si sia trattato di un ammiccamento alla cultura gay bear? Il sospetto esiste, tanto più che il buon Kristian è dichiaratamente gay, come attestato dalla sua pagina Myspace. Un segno mediatico dei tempi che cambiano e iniziano a tener presente i gusti eterogenei dell'audience allargando alla fetta gay bear?
 
 Chissà! Intanto, i fans orsofili dell'attore Kristian Nairn hanno apprezzato e applaudito.


venerdì 28 gennaio 2011

Bearcity: Ecco i sottotitoli in italiano


«Salve, creature pelose. Io venire in pace. Grrr... Woof!»

E’ stato il film evento per la comunità gay di New York lo scorso 2010. Un inatteso botto planetario. Un botto peloso. Il film Bearcity, diretto dal regista Douglas Langway e prodotto dalla TLA Releasing, cui già si devono titoli come Another Gay Movie, dopo aver sbancato sulle scene statunitensi, è stato proiettato in anteprima europea ai Teatri di Vita di Bologna a Giugno 2010 in occasione della giornata mondiale dell’orgoglio gay, lesbico, transessuale e transgender. Un film che per svariati motivi vedremo difficilmente in Italia al di fuori delle rassegne LGBT. E’ il film bandiera della cultura Bear, forse in assoluto il primo a essere ambientato totalmente e tematicamente all’interno della comunità ursina statunitense, e a proporsi di portarne in scena i tic, le ansie, i feticci e le contraddizioni. Facendo suo il modello che ha reso celebre la serie Sex and the City, il film di Douglas Langway è una commedia romantica che segue le avventure di un gruppo di amici, orsi e cacciatori, alle prese con problemi di cuore e demenziali imprese erotiche, il tutto narrato per mezzo di caratterizzazioni spiccate, spesso irriverenti, che fanno piazza pulita di una lunga serie di ormai frusti cliché. Pare che Lawrence Ferber, vincitore con Bearcity all’Outfest di Los Angeles 2010 per la migliore sceneggiatura, abbia affermato di essersi ispirato a ricordi della propria vita e a esperienze che avevano avuto come protagonisti dei suoi amici. Bearcity (“il romanticismo può anche essere peloso”, recita il tag del film) è infatti un simpatico carosello di situazioni tipiche, di comuni imbarazzi ed entusiasmi, e cerca di rappresentare nel segno dell’Orso il cammino per l’accettazione di sé, compresa la ricerca di quegli affetti e complicità importanti per ogni essere umano.


Certo, si può affermare senza problemi che Bearcity non è Cachorro, se ne allontana, anzi, di anni luce. Non dispone dei medesimi contenuti sociali, e non si sforza di dimostrare alcuna tesi di interesse politico. Ad ogni modo, l’accostamento tra le due pellicole sarebbe superficiale per non dire inutile. L’intento di Bearcity è puramente agiografico, illustrativo di una comunità raccontata con il gusto del paradosso, ricorrendo a volte a toni anche un po’ fiabeschi. Non a caso, l’occhio con cui lo spettatore è chiamato a identificarsi non è un peloso orsone, ma Tyler (il quasi esordiente Joe Conti), un giovane cacciatore che si insinua nella comunità Bear con la stessa incantata innocenza di un Alice che esplora il suo paese delle meraviglie. Cachorro era un film didascalico, mirato a dimostrare la capacità di un omosessuale single e promiscuo di essere genitore, e la sua ambientazione presso la comunità ursina di Madrid era incidentale, ma non indispensabile ai fini del racconto. I temi pregnanti del film di Miguel Albaladejo si sarebbero potuti esprimere con la medesima forza anche se rappresentati in un contesto gay dallo stile differente. Bearcity, invece, nella sua leggerezza da commedia (un po’ demenziale, un po’ sentimentale) è un prodotto totalmente diverso. Gli Orsi, i loro raduni, il loro gergo e il loro eros peloso, sono diegetici, e la narrazione non potrebbe farne a meno senza trasformarsi in qualcosa d’altro. Un film manifesto, dunque, elogio delle diversità tra le diversità, che fa anzi degli Orsi l’emblema stesso della differenza.


E’ interessante notare come Bearcity sia uscito quasi in contemporanea con le recenti polemiche sulla comunità Bear americana, accusata da alcuni di essere una loggia esclusiva, fondata sul culto di un’ottusa virilità rigidamente contrapposta al mondo gay mainstream.  Da questo punto di vista, il film di Douglas Langway ha il pregio di descrivere uno scenario quanto meno frastagliato, da cui emergono soprattutto la varietà e le forti connotazioni camp della fauna ursina statunitense. Certo, la leggerezza del film causa qualche caduta di tono. Alcune dinamiche psicologiche sono narrate nel più elementare dei modi, e certi snodi semplicistici della trama funzionerebbero nella sintesi di un videoclip. Tuttavia, non si deve scordare che il film è pensato dagli orsi, per gli orsi e per sdoganarne la mitologia presso quanti ancora li vedono come creature lontane e un po’ aliene. D’accordo, il risultato finale, al di là della simpatia complessiva, presenta delle pecche, e ci fa chiedere se non si poteva pretendere qualcosa in più. Nello stesso tempo, però, la visione di Bearcity gratifica e apre il cuore di chi guarda con affetto al mondo degli Orsi e al loro modo di relazionarsi.


La scelta di una ciurma affiatata di attori, per lo più dichiaratamente gay nella vita, conferisce verità a un intreccio goliardico e nello stesso tempo delicato, presentandoci una serie di personaggi iconici e tutto sommato credibili. Gerald McCullouch (il volto più noto del film grazie alla sua presenza nel cast del serial TV CSI: Scena del Crimine) dà vita a una caratterizzazione deliziosamente perversa per il personaggio di Roger: daddy maturo aggrappato alla sua vita libertina, ma vulnerabile alle lusinghe di un amore inatteso che potrebbe cambiare il suo modo di percepire se stesso e gli altri. L’affascinante attore Gregory Gunter (Michael) incarna (alla lettera) il chubby che sta vivendo una profonda crisi esistenziale dopo aver perso il lavoro, e con la sua perfomance dona allo spettatore alcuni momenti di genuina commozione. Valida prova anche per i bravi Brian Keane e Stephen Guarino, una coppia di irresistibili Muppets tentati dalla possibilità di aprirsi a nuove esperienze sessuali. Personaggi vivaci che si rincorrono su una giostra di situazioni ora grottesche ora sentimentali, e sembrano volerci insegnare che la vera chiave per la felicità di una coppia è la capacità di ridere insieme, anche davanti alle situazioni più imbarazzanti.


 Furba la scelta registica di variare le tipologie fisiche dei personaggi (e interpreti) introdotti nel racconto, dimostrando scena dopo scena che, al di là delle etichette di comodo, compartimenti così stagni nell’ambiente Bear non ne esistono. Esistono gli individui, con il loro narcisismo, la loro capacità di amare, di essere liberi o fuggire. L’attore Joe Conti (Tyler) si mostra già durante i titoli di testa in tutta la sua giovanile avvenenza proprio per far breccia nei cuori dei gay dai gusti più tradizionali, ma solo per trasformarsi subito dopo in un impudente Virgilio, e per aprire le porte al regno famigerato del pelo e delle pance. Alex Di Dio (Simon), nel ruolo della sua vita, riesce a essere nel medesimo tempo irritante e simpatico, e rappresenta l’occhio alieno del giovane gay ortodosso, disorientato dalle tendenze orsofile del suo migliore amico. L’interpretazione di Alex, così sopra le righe, può logorare i nervi di chi odia gli stereotipi sull’omosessualità, ma il personaggio di Simon rimarrà probabilmente nella memoria come la più grande delle fatine fashion mai viste in un film a tematica gay. Al cast dei protagonisti si aggiunge una folla di comprimari ursini reclutati sulla reale scena bear newyorkese. Un’armata di orsi scatenati di ogni età e foggia che disegnano, con i loro corpi irsuti, la più evocativa e pertinente delle scenografie. Da segnalare, quasi come una firma, il cameo, dopo i titoli di coda, dell’ex porn performer Joe Falconi, oggi attivo nelle battaglie per i diritti LGBT e la prevenzione dell’Aids. Presenza ormai quasi irrinunciabile nei film prodotti dalla TLA.


Parlando dei sottotitoli: non è stato per niente facile tradurre in italiano i serratissimi dialoghi del film. Lo slang newyorkese, veloce e allusivo, per di più insaporito con l’irriverente gergo gay bear, è stato un drago durissimo da imbrigliare, e in alcune scene ha persino vinto lui, costringendoci a qualche compromesso. L’inglese (americano) è forse l’unica lingua al mondo dove un vocabolo può essere sia un nome di persona che quello volgarmente dato agli attributi virili, e gli orsi del film non si peritano di usare frequenti giochi di parole non sempre traducibili nella nostra lingua. L’impresa è però sfangata, e adesso i sottotitoli di Bearcity sono una realtà. Potete scaricare direttamente il file dei sub da questo link: Bearcity Sub ITA.  Ma li trovate anche su www.opensubtitles.org, come già quelli per Cachorro, Chuecatown e il Condom Assassino, frutti precedenti del nostro lavoro amatoriale di traduzione. Non sarà tutto perfetto, ma è un inizio affinché Bearcity possa essere visto e compreso nelle sue sfumature anche da un pubblico italiano non avvezzo a seguire i film in lingua originale.


Come dicevamo, un film-manifesto che parla di noi Orsi, senza pretendere di insegnarci nulla, ma possibilmente di sdoganare sentimenti e icone di una cultura gay ancora percepita da molti come qualcosa di strambo se non addirittura da emarginare. Romantico, ammiccante senza lesinare qualche scena di sesso esplicito (una in particolare ricorda, con le dovute proporzioni, le compulsioni erotiche da cartone animato descritte da Stanley Kubrik in Arancia Meccanica), Bearcity non sarà un film del tutto riuscito, ma sicuramente merita di essere visto. E’ il primo film veramente tematico sull’ambiente degli Orsi, che adopera linguaggi e simboli finora sommersi nelle tante pellicole a tema LGBT. E per gli addetti ai lavori, orsi e orsofili, è una vera festa vederli finalmente esplodere sullo schermo. E’ possibile che una maggiore capacità di osare, e andare oltre i meccanismi della commedia hollywooddiana, avrebbe reso la zampata più incisiva. Forse, con un impianto formale mediato da Sex and the City, una serie televisiva sarebbe stata la scelta più giusta (sebbene anche più rischiosa) per illustrare questo spaccato di vita ursina. Ma il fatto che in America si stia già parlando di Bearcity 2, ci fa sperare che tutto sia appena incominciato, che si possa andare oltre la semplice celebrazione di categoria e graffiare di più. Sognamo grandi cose per il nostro orsetto di celluloide, bambino peloso appena nato. Vorremmo, insomma, vederlo diventare grande e spaccare tutto. Ma intanto è qui, è nato. E questo è un motivo per festeggiare. Magari di brindare con un bicchiere di... Mutande Sporche, l’improbabile cocktail servito da Randy il barman nella discoteca ursina più bollente di New York. Chi non conosce ancora gli Orsi, con Bearcity sta per incontrarli, e forse (perché no?)... innamorarsi di loro. Woof!

NOTA: Circolano versioni censurate del film (epurate dalla breve scena dell'orgia) che potrebbero presentare problemi di sincronizzazione. Per queste versioni di Bearcity, consigliamo questi sub in italiano di riserva.







giovedì 24 giugno 2010

Cucchiao contro Cucchiaio

Quello dell'Assassino orrido e lento con un'arma estremamente inefficace, è ormai un mito. Il regista Richard Gale, autore del corto originale, lo sa bene. E coltiva la sua creatura con nuove, esilaranti trovate. Lo aiutano, in parte, i commenti giunti via rete. Almeno questo è lo spunto per l'ulteriore seguito delle disavventure di Jack Cucchiaio. Stavolta affronterà il suo diabolico nemico ad armi pari. Ce la farà?

mercoledì 23 giugno 2010

Cosa è successo a Jack Cucchiaio?

 Torna Jack Cucchiaio! Lo sfortunato ciccione perseguitato da un inarrestabile demone armato di un arma in apparenza inoffensiva, ma lentamente devastante. The Horribly Slow Murder With the Extremely Inefficient Weapon, geniale cortometraggio del regista Richard Gale, ha spopolato in rete, ed è già un cult. Ora è il momento di scoprire che cosa ne è stato di Jack e della sua terribile nemesi. Non chiudete gli occhi.

sabato 31 ottobre 2009

The Horribly Slow Murderer with the Extremely Inefficient Weapon [by Richard Gale]

Si presenta come il trailer di un film horror, ma è in realtà un corto presentato per la prima volta nel 2008 e da allora premiato in molti festival del cinema. Parliamo di "The Horribly Slow Murder With the Extremely Inefficient Weapon" ("L'orribilmente lento assassino con un'arma estremamente inefficace"). Divertentissimo corto scritto, prodotto e diretto da Richard Gale, che a noi italiani non può non ricordare lo pseudoregista Maccio Capatonda e i suoi improbabili film. La trama del corto cita elementi ormai classici del cinema horror (l'assassino inarrestabile, la maledizione orientale) e mette in scena l'incubo senza fine di un poveraccio (dal profetico nome di Jack Cucchiaio) perseguitato da un allampanato figuro che lo tormenta brandendo la posata che porta lo stesso nome. Star del corto e vittima predestinata del peggiore degli orrori, è l'attore Paul Clemens, un orsetto angosciato e in perenne fuga dal malvagio spettro armato di cucchiaio. Una fuga a rotta di collo che gli farà percorrere tutto il pianeta e riempirà di segni il suo corpo paffuto. Da segnalare anche la bellissima rivisitazione della scena della doccia in "Psycho" in chiave bear. Un magnifico divertissement, una parodia horror molto ben girata, un malvagio indimenticabile e un orso vittima che sprizza simpatia e paura da tutti i peli.
Insomma, un cult.

lunedì 30 marzo 2009

Un incontro con Titti (da "Notturno Bus")

"Notturno bus" è un film del 2007 tratto da un romanzo di Giampiero Rigosi, autore pulp bolognese. Motivo d'interesse per il nostro blog, è la presenza nel cast di Mario Rivera, bassista, cantante, compositore, e soprattutto membro fondatore del gruppo Agricantus, oggi considerato da molti la più importante band di world music. La mole imponente che lo ha caratterizzato sin dall'adolescenza lo ha reso anche in breve tempo l'icona stessa della band, il personaggio che si riconosce a colpo d'occhio. Oltre che musicista, Mario ha flirtato sin da giovanissimo con il teatro, e a finito col partecipare anche a delle pellicole cinematografiche, sia pure in piccoli ruoli. Lo ricordiamo per la sua apparizione in "Placido Rizzotto" di Pasquale Scimeca, dove interpretava un monumentale pastore. La sua stazza lo caratterizza anche in questogustoso cameo di "Notturno bus", dove interpreta il temibile (ma non troppo) Titti. E non se la cava affatto male.
Spacca tutto, Mario.

martedì 3 febbraio 2009

La Sindrome del Grosso Cadavere

Io la chiamo “Sindrome del Grosso Cadavere”. Nome sinistro, vero? Beh, un motivo c’è. Ma niente paura. Non parliamo di una nuova malattia, ma di un fenomeno mediatico ricorrente che in qualche modo riguarda la tipologia umana che preferiamo: gli orsi. Le origini della sindrome possono essere fatte risalire ai medesimi meccanismi che vogliono eroi e protagonisti sempre giovani, belli, magri e in linea di massima anche sbarbati. Parliamo di spettacoli cinematografici e televisivi, ma anche letterari e fumettistici. Fateci caso. Se in un racconto d’azione o di suspence, appare un Orso, beh... c’è una forte probabilità che vedrete morire quel personaggio molto prima del finale. La serie dedicata a Dylan Dog è zeppa di ciccioni passati letteralmente al tritacarne (con l’unica eccezione dell’ispettore Bloch). Ma anche altrove, sul grande come sul piccolo schermo, l’omone, l’uomo goffo e peloso – sembra dire il sottotesto sociologico – non potrà ispirarci che compassione, non identificazione, ed è per tanto sacrificabile. L’orso nei media o è una figura buffa o è votato alla tragedia. In molti casi percorre entrambe le strade. La corpulenza è anche usata come simbolo di corruzione, vizio, malvagità. In poche parole, la fisiognomica, inconsistente disciplina che pretende di ricostruire la personalità di un individuo attraverso l’analisi del suo aspetto fisico, è in qualche modo ancora applicata, in modo becero a molte griglie dello spettacolo. Nella fiction, molto spesso, le tipologie fisiche identificano il ruolo e il destino di un personaggio. Protagonista = piacente, giovane o giovanile. E se pure soccombe, arriva almeno alla fine del racconto. Spalla o comprimario = Tozzo, buffo, se non è uno spaventapasseri è un omone laido o bonario. In ogni caso la sua caratterizzazione oscillerà tra il grottesco e il pietoso. E le sue caratteristiche fisiche lo porteranno quasi sicuramente alla morte. Si è giunti al paradosso di vedere bellissimi attori ursini interpretare una sfilza di morituri senza fine, quasi il loro nome influenzasse il fato dei loro ruoli. Uno di questi è l’attore irlandese Brendan Gleeson, orso rossiccio e pieno di carisma, dalle moltissime morti in celluloide. In “28 Giorni dopo” lo abbiamo visto contrarre l’infezione e morire sanguinando. In “Il sarto di Panama” finiva suicida e in “Troy” si è persino riscritto Omero pur di far morire Menelao (perché era Gleeson a interpretarlo, forse?).
La cinematografia è piena di personaggi sacrificali con le medesime caratteristiche fisiche. In più episodi del “Giustiziere della notte”, e soprattutto nel quinto sequel, ci tocca vedere malcapitati ciccioni subire sevizie e morire disperati prima che Charles Bronson intervenga e faccia fuori tutti. Nei film sulle bestie carnivore, gli orsi hanno una presenza da barzelletta, anzi da tavola apparecchiata. L’immagine del morto vivente ciccione che in “Zombi (Dawn of the Dead) di George Romero vediamo ciondolare seminudo nell’atrio dell’ipermercato per poi cadere, definitivamente morto, a faccia in giù nella fontana, è un’icona perfetta per questo sottotesto dell’immaginario collettivo. La vendetta arriva nel terzo capitolo della saga degli zombi di Romero, dove un affascinante militare orsone è talmente stronzo che non potrà finire che sbranato vivo. Si direbbe che “corpulento” per molti sia associato a tutto ciò che è marcio o in fase di decadimento. Se leggiamo questi segnali come geroglifici moderni, il messaggio che ci giunge è questo. Beh, c’è ancora strada da fare per smaltire tanti cliché e lasciar entrare un po’ di vita vera (e non certo quella artefatta dei reality) nello spettacolo.
Chiudiamo segnalando questo video scovato in rete dedicato a Walter Olkewicz. Attore prevalentemente televisivo che in molti ricorderanno per la sua partecipazione al celebre “Twin Peaks” (dove ovviamente faceva una brutta fine). Le scene di questo video sono tratte dal film tv “Pronto” e credo riassumano tutte le apparizioni di Walter, quasi sempre nudo. Un laido individuo che non nasconde quasi nulla all’occhio dello spettatore (ma si suppone che l’intento fosse quello di disturbare, non di eccitare un pubblico orsofilo), fino a beccarsi una pistolettata mentre se ne sta con le chiappe al vento. Al di là della trama, è una scena esemplare.
Dicevamo? Ah sì, la Sindrome colpisce ancora. Woof!





venerdì 3 ottobre 2008

Rhys... da Torchwood

"Torchwood" è una serie di fantascienza britannica, nata come spin off del telefim più popolare in Inghilterra:"Doctor Who", di cui, il titolo della seconda è l'anagramma. Il serial parla di un'agenzia segreta il cui compito è controllare e gestire le attività aliene e sovrannaturali che si manifestano nella città di Cardiff. Già arrivato alla seconda stagione, "Torchwood" sta facendo parlare di sé anche nel nostro paese a causa della forte componente gay che ne caratterizza le avventure. Il protagonista, l'attore John Barrowman, gay nella vita come nel telefilm, è già una icona del nuovo millennio. Ma il nuovo feticcio ursino della serie è senz'altro il personaggio di Rhys (l'attore Kai Owen) il fidanzato (in seguito marito) della recluta Gwen Cooper, uomo bonario e disponibile, inizialmente inconsapevole (e cornuto). Ma sempre di grande umanità e fascino. Raramente nei serial avventurosi, un personaggio assimilabile all'estetica bear era stato così presente, romantico ed eroico. Dipinto, tra l'altro, con pennellate di sensualità che non passano inosservate, come non passa inosservato il suo fondoschiena, giacché lo show non ha mai lesinato di mostrarlo senza veli. Sul social web http://www.everyq.com, qualcuno ha confezionato un video omaggio che monta alcune scene del nostro beniamino. Che dire? Forse è nato un altro mito bear televisivo. Guardate in quegli occhi e provate a dire che non lo merita.


lunedì 7 luglio 2008

Chuecatown (...e i sottotitoli in italiano)

“Chuecatown”, diretto da Juan Flahn nel 2007, è un altro dei film spagnoli a tema gay bear che difficilmente vedremo in Italia, se si eccettuano i cinefestival gay-lesbo di rito (è stato proiettato al recente Festival Mix di Milano lo scorso Giugno 2008). Dopo il bellissimo “Cachorro”, è il momento per gli orsi ispanici di dimostrare il loro potenziale comico. Anche se sono chiamati a farlo in una commedia nerissima e discretamente cattiva.
Victor, disinvolto e raffinato agente immobiliare, ha un sogno. Ristrutturare tutti gli appartamenti del quartiere madrileno Chueca, di solito rifugio di anziani solitari, e trasformarlo in un’oasi moderna per coppie gay danarose e alla moda. Il piano non prevede alcun rifiuto da parte degli attuali proprietari degli appartamenti, che Victor provvede a eliminare senza scrupoli diventando di fatto un serial killer di anziane signore. La sua vicenda si intreccia presto con quella di Leo e Rey, una coppia di orsi innamorati quanto rozzi, squattrinati e volgari.
A complicare tutto arriva la madre di Rey, megera spaventosa e prossimo bersaglio dell’elegante assassino, la cui presenza invadente metterà a dura prova il loro rapporto di coppia.

Se “Cachorro” era un film didascalico, che affrontava in modo struggente il tema del rapporto paterno tra un orso gay e un bambino, “Chuecatown” è una commedia leggera e spumeggiante, che si tracanna velocemente come un boccale di birra ghiacciata. La Madrid che racconta è quella del secondo mandato Zapatero, dove l’omosessualità è stata sdoganata ed è ormai un fenomeno sociale percepito come ordinario anche da chi si colloca al suo esterno. Impagabile la battuta di Antonia: «Avere un figlio frocio, una volta era una gran comodità. Almeno si prendevano cura di te. Ma da quando possono sposarsi, scappano subito dietro la prima puttana con un grosso cazzo che incontrano. E allora: addio!»
Elemento principale di questo racconto grottesco è il contrasto tra una concezione della vita gay vissuta con stile, secondo rigidi criteri estetici e l’istintualità degli uomini trasandati, ma non per questo meno gay, meno innamorati, meno uomini. Gli orsi, insomma. Gli eroi del film, che superato l’antico divieto del matrimonio devono ancora battersi per la propria dignità di persone reali, spesso imperfette, e proprio per questo amabili e affascinanti. “Chuecatown” è una galleria di personaggi macchietta, un thriller ironico e una divertita riflessione sull’attuale vita gay spagnola. Anche stavolta, noi di WOOF! abbiamo lavorato per voi, elaborando dei sottotitoli italiani che potete trovare su Opensubtitles.org, o scaricare direttamente dal link in fondo al post.
Buon divertimento.

CHUECATOWN , di Juan Flahn - Spagna 2007


sabato 12 gennaio 2008

Condom Assassini contro un simpatico Orso

Non è facile trovarlo, ma la visione vale la fatica della ricerca. E' "Kondom des Grauens" ("Killer Condom" il titolo per l'edizione internazionale) tratto ovviamente da "Il Condom Assassino", divertente romanzo a fumetti di Ralf Konig, edito in Italia da Mare Nero. Il film è una produzione tedesca del 1996, diretto da Martin Walz e interpretato, tra gli altri, da Udo Samel (bravo attore dal curriculum di tutto rispetto, presente anche nel recente "Palermo Shooting" di Wim Wenders) che incarna il personaggio dell'ispettore Luigi Mackeroni in modo semplicemente perfetto. Il film, che racconta la lotta di un ruvido poliziotto siculo-americano gay contro un misterioso e vorace preservativo carnivoro, fu distribuito sul mercato internazionale dalla famigerata Troma, che lo diffuse anche nel nostro paese direttamente in videocassetta con sottotitoli in inglese. Inutile dire che reperirlo non è facilissimo.
Oggi, dopo qualche giorno di fatica del sottoscritto, i sottotitoli italiani di questo bizzarro film hanno visto la luce. Finalmente ho potuto gustarlo, e posso dire che il giudizio è positivo. La pellicola è briosa, Udo Samel carismatico quanto sexy e tutto il cast affiatato. La curiosità più succulenta consiste nel fatto che il "mostro" e parte delle scenografie portano addirittura la firma illustre di H.R. Giger, artista noto anche per essere il "creatore" del mitico Alien.
La pellicola ripropone abbastanza fedelmente le situazioni e i personaggi visti nel fumetto di Konig, ma si prende nello stesso tempo delle significative libertà, approfondendo l'origine della creatura (cosa che nel fumetto rimane avvolta nel mistero) e impostando il racconto come un pamphlet contro l'omofobia, sia pure attraverso la lente della commedia grottesca. Sforzo apprezzabile anche oggi, visti i tempi di intransigenza cattolica e di moralismo d'accatto, che fanno risultare questo film degli anni 90 una pellicola incredibilmente attuale. L'ambiente gay e del sesso estremo è descritto con toni surreali e farseschi che infondono alle trasgressioni mostrate un tocco di divertita innocenza.
Una menzione particolare merita il protagonista, l'attore Udo Samel, volto noto del cinema tedesco. Bravo, intenso, ironico e affascinante. Leggete il fumetto, vedete il film, e non riuscirete più a immaginare un detective Mackeroni diverso. Il portale del cinema "MyMovies", nella biografia dedicata all'attore, a proposito di "Killer Condom" si esprime così: "...nel 1996 prende parte a uno dei film peggiori di tutta la storia del cinema: Killer Condom / storia di un preservativo assassino (sob!)". Il tono del commento, compreso quell'irritante "sob!" tra parentesi, tradisce un sottotesto decisamente snob per non dire omofobo (successivamente, viene detto che l'attore per "ripulire" la sua immagine torna a girare film d'autore). Ne emerge anche una discreta superficialità. E' evidente che chi scrive non ha idea di chi sia Ralf Konig, dell'importanza del suo ruolo nell'ambito della cultura fumettistica (non solo a tema gay) e dei contenuti sociali celati nell'opera. Viene sottovalutato il messaggio metaforico del racconto grottesco (la paura dell'Aids, la paura del sesso, il fanatismo puritano, l'odio irrazionale contro i diversi) per arenarsi in un atteggiamento intellettualoide che equipara "Killer Condom" a prodotti molto più modesti come "Il ritorno dei pomodori assassini". Triste.
"Kondom des Grauens" non sarà un capolavoro, ma è un film godibilissimo, che diverte e si fa ricordare.
Consigliato, in questo periodo zeppo di remake inutili e pomposi action movie statunitensi.

venerdì 30 novembre 2007

FAT STARS: L'ineffabile Joe Falconi

Oggi diamo il via a una nuova rubrica: "FAT STARS". Nessuna particolare pretesa di approfondimento, né di completezza. Solo una piccola galleria delle star BEAR dell’attuale panorama a luci rosse. Sì, attori porno attivi (o passivi) su quei set cinematografici che mettono a nudo pelo e ciccia. Non sono pochi, ma noi di WOOF! li sceglieremo soprattutto in base alla simpatia e al particolare carisma erotico. Insomma, faremo una hit dei nostri personali beniamini rimandando direttamente alle pellicole da loro interpretate. Un po’ di pubblicità gratuita non dispiace mai a nessuno. Bene, da dove cominciare, dunque, questo viaggio tra le “Grosse” star dello spettacolo vietato ai minori?
Dal punto di vista orsofilo, Internet è un’unica grande laude a Jack Radcliff, Re degli Orsi e, da almeno un decennio, divo porno bear per antonomasia. Inutile negarlo, neanche noi siamo immuni al suo charme. Tuttavia, per una volta vorremmo rimandare le scontate devozioni al “King of the Bears” e parlare di un altro personaggio ursino, forse meno popolare, ma che può vantare anch’egli una sua discreta fetta di ammiratori.

Joe Falconi è comparso in molti titoli della Cyberbears, uno dei migliori marchi di cinema hard bear attualmente in attività. Oltre a lavorare come modello e attore porno, Joe è attivo nel sociale e supporta più realtà gay americane. Nel 2006 ha vinto il (meritatissimo) titolo di Mr. Southern California Cub. Negli ultimi mesi, è stato protagonista di un piccolo incidente televisivo durante il programma “Late Night with Conan O’Brien”. Durante il noto talk show, l’attore Adam Sandler (“Terapia d’urto”, “Cambia la tua vita con un click”) ha mostrato con un pretesto una scena del film “Feed the Bears” in cui comparivano Joe e il collega Ali nell’atto di mangiare sensualmente una mela. Il fatto ha causato l’immediata protesta della Cyberbears, non interpellata a proposito dell’uso di un suo film destinato a un uditorio ben preciso e trasformato, in quella sede, in puro oggetto di scherno per un pubblico generalista.

Joe è apparso anche brevemente nel film commedia “Another Gay Movie” (è nelle scene nascoste tra i titoli di coda) in tenuta leather. Noto per ricoprire nei suoi film ruoli prevalentemente passivi, Joe Falconi è a nostro parere una delle star ursine più sexy degli ultimi anni. La silhouette tarchiata, le grandi terga, il faccione pacioso e ironico, gli conferiscono un fascino fuori dal comune. Non possiamo negarlo, ne siamo innamorati. E’ uno sballo, per i suoi fans, vederlo in “Illusion 3”, in sospensorio scarlatto e con le braccia legate, subire di buon grado le attenzioni dominatrici del ruvido Daddy Cub Eric. Una scena ironicamente sadomaso, dove la pagaia del peloso castigamatti e le paffute chiappe del buon Joe sono protagoniste di una delle scene più hot del cinema ursino recente. Non da meno la torrida performance nel già citato “Feed the Bears”, insieme al grande Ali, uno dei partner con cui sembra trovarsi in maggiore sintonia.
Cercate i suoi film, se lo gradite, se non lo avete già fatto. Questo splendido orsetto entrerà nei vostri sogni e vi regalerà momenti di grande divertimento, forse più di tante blasonate star di pellicole hard più patinate e convenzionali.



lunedì 10 settembre 2007

L'Istrice punge ancora



A cinquattaquattro anni suonati, l'Istrice punge ancora. Ron Jeremy, unico pornoattore (etero!) del pantheon a luci rosse, riuscito a far breccia nei cuori degli orsofili (e del sottoscritto), continua ad affacciarsi su e giù per la Rete, nel cinema meno omologato, in videoclip, pubblicità e tante altre piazze mediatiche. Qualche mese fa, la notizia sconcertante che una caduta da cavallo nella sua tenuta (sembra che il ricco Ron ami cavalcare a pelo completamente nudo) gli aveva provocato un rientro del pene nel corpo con conseguenze poco piacevoli, ci aveva leggermente impressionato. Beh, la notizia pare essersi rivelata fortunamente una bufala, e le spine dell'Istrice sono sempre appuntite.
Pochi altri "figuranti" del cinema porno sono stati corteggiati, anzi... "adottati" dal cinema di genere e dalla cultura trash diventando icone bizzarre e multiformi al pari del buon "hedgehog", come è soprannominato a Hollywood. Se il nostrano Rocco Siffredi, oggi può vantare apparizioni in qualche film (nota soprattuto la parentesi demenziale accanto a Elio e le Storie Tese), partecipazioni televisive e uno spot pubblicitario, Ron Jeremy è ormai al di là di tutto questo. La sua origine derivata dal cinema hardcore, la sua leggendaria potenza sessuale, sono subordinate al suo aspetto fisico assolutamente fuori dai canoni convenzionali. Personaggio destabilizzante nell'ambito della pornografia eterosessuale e ambasciatore di passioni anticonformiste, questo gnomo erotico, sfruttato a lungo dalle pellicole a luci rosse, amatore di dive del porno dal corpo perfetto, è diventato popolarissimo tra gli amanti del trash grazie ai film della famigerata Troma. Protagonista dell'horror demenziale "André the Buthcer (Dead Meat)", inedito in Italia, Jeremy si è fatto notare anche come intrattenitore di cabaret. Una delle sue più recenti apparizioni è in "Citizen Toxie", quarto episodio dedicato alle gesta del Vendicatore Tossico armato di spazzolone per pavimenti.
L'avvento di YouTube ha permesso la proliferazione di una quantità stupefacente di video che vedono per protagonista il nostro amico Istrice. Non pochi gli spot, dei quali alcuni davvero simpatici. Ve li proponiamo su WOOF!

lunedì 30 luglio 2007

Orsi in Celluloide: Ricordo di Burl Ives


Scrivendo per WOOF!, alla ricerca di spunti ursini, spesso attingo alle mie memorie e al mio personale immaginario. Con questi presupposti vago per la rete alla ricerca di materiale che possa essere interessante. Mi sono così imbattuto in una foto “rara” del grande Burl Ives. Si tratta di una foto scattata da Leo Fuchs, noto fotografo di star hollywoodiane, che ritrae il mitico attore-cantante in una posa piuttosto lontana dai cliché, prevalentemente disneyani, a cui ero abituato. Il grande Burl nella vasca da bagno, un sigaro tra le labbra mentre accenna a spazzolarsi. Uno sguardo a dir poco malizioso. Insomma, una chicca bear di uno dei miei attori preferiti di sempre.

Ho sempre avuto una grande ammirazione per l’immenso Burl Ives, attore e cantante folk americano (ma di origine in parte scozzese, in parte irlandese). La sua sagoma imponente ha attraversato alcuni delle più riuscite pellicole targate Walt Disney destinate alle famiglie (“Magia d’Estate”- 1963). La sua voce calda e amichevole ha intonato brani popolari che fanno parte della storia statunitense come “You Are My Sunshine”. Ma nella mia memoria (e non solo la mia) rimane scolpito per avere incarnato magistralmente il personaggio di Big Daddy in “La gatta sul tetto che scotta”, al fianco di Elizabeth Taylor e Paul Newman, nel film di Richard Brooks del 1958, tratto dal celebre dramma di Tennessee Williams. Neppure Lawrence Olivier, clamorosamente fuori ruolo in una più recente versione televisiva, riuscì a essere altrettanto maestoso, terribile e commovente nello stesso tempo.
Questa foto, così insolita, così affascinante, arricchisce ancora di più il bel ricordo che abbiamo di lui.

mercoledì 6 giugno 2007

TENACIOUS D... Orsi a tempo di Rock

L’ho scoperto tardi, ma vale comunque la pena di parlarne. Tenacious D e il destino del Rock (“Tenacious D: the Pick of Destiny” il titolo originale) è un film del 2006 (ma in Italia è uscito all’inizio del 2007). Consacrazione cinematografica del duo musicale formato dagli attori rocker Jack Black e Kyle Gass. Sì, perché in questo demenziale (e straordinario) film, per quanto difficile a credersi, c’è anche qualcosa di autobiografico. Una vera chiamata alle armi per gli amanti della buona musica, per i cinefili in vena di buonumore e per gli orsomaniaci d.o.c.
Non è un segreto, soprattutto per i lettori di “WOOF!”. Io ADORO Jack Black. Non avevo ancora scoperto, però, il suo talento di rocker e di cantante, davvero strepitoso. Altrettanto carisma comico-ursino-musicale è da riconoscere al suo degno compare d’armi: il grande (sotto tutti i punti di vista) Kyle Gass. Meno noto del collega sul grande schermo (in “Friends” è stato il rapinatore in cui Phoebe riconosceva un compagno di malefatte giovanili), in patria è noto soprattutto come musicista. Questa divertente pellicola sta provvedendo finalmente a fare emergere il suo largo profilo anche oltre oceano. Questi due grossi ragazzi hanno fatto del rock goliardico la loro bandiera, mescolandolo con il metal e il country rock. La loro musica è un frullato di oscenità (i testi delle canzoni sono incredibili) e spumeggiante comicità da guitti. Il risultato è uno spettacolo travolgente, e il film “Tenacious D e il destino del Rock” è un ottimo modo per fare la loro conoscenza.

Pervasa da un’atmosfera tanto epica quanto comica, la storia della band si tinge di buffo esoterismo quando un venditore di dischi (un irresistibile Ben Stiller in versione rockettara) racconta loro la leggenda del Plettro del Destino. Un magico plettro derivato da un dente del diavolo che conferisce un tocco geniale a qualunque chitarrista. C’è un solo problema. Il plettro in questione è custodito nel Museo della Storia del Rock. Non che per i nostri paffuti (e cazzuti) anti-eroi la cosa rappresenti un vero problema. Il film si avvale anche di una serie di camei di lusso. Il già citato Ben Stiller, la rock star Meat Loaf (Eddie nello storico "Rocky Horror Picture Show") nella parte del religiosissimo padre di Jack, e un irriconoscibile Tim Robbins (mentore di Jack Black nella vita) nel ruolo più lercio della sua carriera. Notevoli le apparizioni di altre star musicali, come Ronnie James Dio (Black Sabbath) e Dave Grohl ( Nirvana, Foo Fighters) nella parte di Satana.
Parzialmente imparentato con South Park (e alla comicità di Trey Parker e Matt Stone in generale) per quanto riguarda dialoghi sboccati e risvolti surreali, la pellicola scorre leggera e lisergica sul filo della musica e dell'umorismo. Notevole la coloratissima scena animata in cui Black, sotto l'effetto di funghi allucinogeni, incontra il Sasquatch, apprendendo che questi è il suo vero padre. il film è diretto da Liam Lynch, e quasi tutte le canzoni sono composte dai due simpatici orsi protagonisti. Un piccolo gioiello da scoprire e godere con le orecchie e con gli occhi.

venerdì 29 dicembre 2006

NACHO LIBRE: ¡VIVA JACK BLACK!

Non è la prima volta che il mondo ursino si accorge di Jack Black, e delle sue performance cinematografiche. Agli inizi della carriera, fu notato dal mitico Loppo, webmaster di SBQR, che dedicò un gustoso articolo al poderoso sedere del paffuto attore, esibito con grazia in “Mars Attacks” di Tim Burton.
Da allora, il seducente Jack è tornato più volte a calcare le scene, e ripetutamente (forse per caso, forse per malizia) ha continuato ad ammiccare con le chiappe a quel pubblico che sin dalla prima pellicola lo aveva accolto con simpatia.
Nacho Libre” (in Italia distribuito con il titolo “Super Nacho”) non sarà certo un capolavoro, ma è una commedia che funziona, e che si manda giù d’un fiato come un bicchiere d’acqua tonica fresca. Il film sembra riflettere il particolare carisma di Jack. Infatti si è tentati di classificarlo come un film per ragazzi, se non fosse per le numerose gag maliziose e la componente timidamente anticattolica che permea il racconto. L’intero film, in verità, è cucito su misura per il corpulento Jack, proprio come la calzamaglia dell’eroico luchador Nacho. Quindi simpatia e sex appeal ursino a bizzeffe (chi sono i veri destinatari di questo film?!). Indimenticabile (per me, almeno) la scena in cui Nacho, al suo primo scontro, in un moto di giubilo si strappa la maglietta scoprendo il torace.
La storia (tra la parabola morale e la commedia degli equivoci) del giovane fratacchione, innamorato del Wrestling e di una bella suorina, che per far soldi e salvare l’orfanotrofio dove lavora come cuoco veste la maschera del lottatore Nacho, è di una semplicità disarmante. L’eroe è una sorta di incrocio tra Don Chisciotte e Sancho Panza. Del primo ha l’innocente sete di gloria, del secondo, l’affettuosa goffaggine e la totale incoscenza. Una sintesi che nel corso del film si manifesta in molte imprese trasfigurate dall’ingenua fantasia del protagonista. Non essendo un vero fan del Wrestling non avrei molto da dire, ma alcuni degli incontri-farsa mostrati dal film sono realmente esilaranti. Vedere questo giovane omone che s’allena, lotta, salta e si esalta, incassa botte da orbi, ama gli orfani e le belle suore, è il trionfo dell’estetica ursina che vede coniugati tra loro tenerezza e forza. E se un tempo la diva Bette Davis fu celebrato in una canzone che inneggiava ai suoi specchi dell’anima (“The Eyes of Bette Davis”), il nostro amico (protagonista, tra gli altri, di “King Kong” e “Amore a prima svista”) si è ormai imposto all’immaginario ursino con un song ancora tutto da scrivere: “The Butts of Jack Black”.
Un film distensivo, quindi. Da vedere senza nutrire particolari aspettative, ma che regala qualche sincera risata. E la presenza di una piccola star sprizzante simpatia che vediamo sempre con piacere.

lunedì 8 maggio 2006

SEMPLICEMENTE… DIVINE

Ricordo di una “diva” controversa, che ha lasciato un segno nella storia (non solo) del cinema


[Divine, la più mitica delle antidive, parto della mente geniale e irriverente del regista di Baltimora John Waters, è oggi un’icona del cinema tra le più memorabili. Soprannominata “Drag Queen Terrorist”, è stato uno dei primi personaggi a rompere le convenzioni della comunità gay ufficiale, anticipando con la sua shilouette imponente quella che sarebbe diventata col tempo l’estetica degli orsi. Regina del cattivo gusto, provocatrice, coprofaga, straordinaria interprete e a suo modo sex symbol, la figura di Divine è oggi radicata nell’immaginario dei cinefili di tutto il mondo.]



"Essere considerata un sex simbol ha i suoi vantaggi. All'aeroporto, ad esempio quando mi aprono le valigie, io gli sbatto davanti questo paio di tette e puoi star sicuro che non controllano più niente. Se solo lo volessi, potrei perfino fare il contrabbando di eroina!". Chi parlava così di se stessa, era 1a più famosa attrice del cinema underground americano, la Divine, morta nell'88 in una stanza d'albergo a Los Angeles, soffocata nel sonno. Era l'unica bomba erotica emersa negli anni '80, anche se, quando si pensa ad un simbolo del sesso, si è più portati ad immaginare Marilyn Monroe o Jane Mansfield piuttosto che un eccentrico travestito di 150 chili!

Perché all'anagrafe, in effetti, la Divine risultava di sesso maschile, ed era registrata con il nome di Harris Glenn Milstead, nato a Baltinore, nel Maryland, nel 1946. Eppure, le madri di famiglia che compravano fiduciose ai loro bambini il libro pieno di sue immagini da ritagliare ed incollare, non sospettavano di certo che questa donna prosperosa, formosa ed 'eccessiva' in tutti i sensi fosse, in realtà, un uomo timido, introverso e un po'... pelato.

A creare il suo personaggio fu il regista underground John Waters, che dopo averla lanciata in qualche cortometraggio e il film in bianco e nero "Multiple Maniacs", la consacrò definitivamente con l'indimenticabile e impudente "Pink Flamingos", ("Fenicotteri Rosa") del 1972, che venne proiettato per la prima volta a New York, a mezzanotte, presso il cinema Elgin e come riempitivo dopo un film ben più importante, qual'era "El Topo" di Jodorowskj. In breve, il film divenne oggetto di quello straordinario fenomeno culturale tipicamente newyorkese che è il cinema underground notturno e per otto anni di seguito venne proiettato a Los Angeles e New York. Perciò oggi, in America, tutti sanno chi era la Divine, ma ben pochi sanno perfino che esiste Jodorowskj.

Ma cosa aveva la Divine di tanto attraente? Perché piaceva a tutti?

La sua specialità erano le donne perverse, eccentriche e spietate, di una volgarità eccezionale, scurrili, dal trucco pesante ed il seno esagerato. In "Pink Flamingos", alla fine del film si mangiava anche un po' di cacchina del suo cane (e la mangiava sul serio!). Su "Polyester", il primo film in "odorama", lei è una povera disgraziata maltrattata da un.marito scoreggione (e per 'gustarsi' meglio il film bisogna sollevare l'adesivo che copre una chiazza dov'è conservata la puzza corrispondente). Amiche invidiose le mandano pizze andate a male con aglio e cipolla, e sullo schermo appare il numero dell'adesivo da togliere per sniffare l'atroce "profumo". Il figlio, per metà punk e per l'altra metà maniaco sessuale, è il famoso violentatore di piedi femminili: si apposta di fronte ai supermercati e, preso da raptus, "zac!", calpesta con una scarpa chiodata i piedi delle sventurate clienti. La figlia, da parte sua, è ninfomane e tossicodipendente ma verrà redenta da un commando di monache guerrigliere. La madre è una ladrona matricolata che le sfila i soldi dal borsellino e che, alla fin fine, fuggirà in Florida con il marito della figlia! E durante tutto il film, la Divine sbatte le sue tette a destra e a manca, piangendo, lamentandosi, passando da un gabinetto ad una sala da letto ad una camera da pranzo: è, insomma, una donna normale che vive la normalita della vita, fatta di tradimenti coniugali, liti in famiglia, dispetti idioti, problemi etilici e complicazioni filiali. Nonostante queste sue vergognose e oltraggiose interpretazioni femminili, queste sue parti "svaccate" e piene anche di organi genitali esibiti un po' dappertutto, uno si accorge che in questi film il sesso è del tutto assente. Al contrario, si è travolti dallo schifo, ma è uno schifo bonaccione, goliardico, casalingo, che piace e che sarebbe da stupidi rifiutare.


[Articolo di Massimo Consoli]

BEARS ON FILM 2006 - Genere e mascolinità nel cinema indipendente

[Articolo di Francesco WARBEAR Macarone Palmieri ]

Come ogni anno nella figura di EPICENTRO URSINO ROMANO sviluppiamo un lavoro di ricerca sulla rapprsentazione delle mascolinità nel panorama del cinema indipendente gay mondiale. Il cinema per noi è uno strumento di iindagine che permette di produrre immagini ed immaginari da sondare per comprendere meglio lo sviluppo dell’identità maschile dentro e attraverso ed oltre la comunità g.l.b.t.. La perimetrazione di tale geografia politica della visione non può che passare per quel cinema muto, non in termini di acustica quanto in termini di problematicità dei contenuti da esso esposti che, consequenzialmente di distribuzione. Dare voce a tale difficoltà e’ una sfida che ci affascina ed avvince, che affrontiamo quindi con ardore e desiderio. Il contesto di tale lavoro è uno dei festival di cinema indipendente tra i più grossi e sperimentali d’Italia: TEKFESTIVAL. Ai confini del mondo dentro l’occidente (www.tekfestival.it) che si svolge a Roma dal 4 al 9 Maggio 2006. Quest’anno la sezione penetra nell’immaginario dei feticismi e viene coprodotta insieme al Leather Club Roma - compagno storico di Epicentro URsino ROmano sia per l’organizzazione dei Pride che per le feste a tematiche incrociate – e assume il nome di “BEARS AND LEATHERS ON FILM / UNSAFE”. Nell’edizione 2006 Il focus della sezione è orientato a tematiche quali la gerontofilia, La vita ursina romana, i feticismi della pelle e le sue forme di aggregazione, le pratiche sessuali maschili politicamente scorrette con letture difficili e molteplici del tema dell'Hiv/aids. Un momento topico e forte sarà dedicato al tema dell’coming out dello status sierologico e nello specifico, sulle pratiche del "Bare Backing" ovvero di come si sviluppano le forme consensuali (o meno) di infezione, le loro rappresentazioni sociali. nonchè a gli immaginari culturali ci si costruisco intorno. I films in questione sono:


Attraction to Older Men di Clark Nikolai, 19 Min. colori 2005, Canada

Silverfoxes, Daddybears, orsi Polari, Uomini maturi o comunque vogliate chiamarli, essi sono presenti in modo massiccio nell’immaginario gay occidentale. I giovani se ne innamorano, siti si aprono, mercati pornografici si espandono facendo del pelo bianco, della maturità e dei rapporti intergenerazionali, un grosso feticismo che porta alla gerontofilia. Questo documentario ne ricerca i risvolti ed i legami con le rappresentazioni di mascolinità.


Clark Nikolai

E' un orso Film Maker di Origine ungherese che vive in Canada e lavora nel video making da 23 anni producendo 35 video e due films. Fondatore del “Video Vérité Artist Centre” a Saskatoon Nikolai anche in ambito fotografico e in quello musicale d’avanguardia. Clark collabora con l'"Out On Screen Festival" di Vancouver presentando nel 2003 una sezione di cinema ursino, sopratutto documentaristico, intitolato: Barbophilia. Epicentro ursino romano ha estratto i suoi titoli più belli da proiettare per il suo pubblico intitolandolo Barbophilia bites.


Citizen Ciccio - Alice Vivona, Alessandro Rustichelli, Italia, 2005, 15', Dv

Uno spaccato di vita di Gianluca Manna , nel titolo 'cittadino Ciccio' ma altrimenti conosciuto come Nerobear, mente grafica e colonna portante di Epicentro URsino ROmano e membro storico del LEather Club Roma, tra riunioni per l'organizzazione del Bear Pride di Roma 2005 e riflessioni sul "vivere a Roma": aggregazione sociale nell'essere orsi e non solo, sessualità, Feticismi, generi, politica. Breve ritratto di una persona che ha scelto di vivere la propria città e chi la abita pienamente a cominciare dal proprio privato. Un osservatorio che vuole promuovere quel sano atteggiamento e umano desiderio di comunicare e confrontarsi con ciò che ci circonda partendo dalla propria quotidianità.


Alessandro Rustichelli, Alice Vivona

Alessandro Rustichelli nato a Ligeti (RA) ma di formazione torinese. Scrive (poco) soggetti e appunti per progetti video sia documentari che di finzione. Vive e lavora a Roma da due anni.
Alice Vivona, nata a Roma nel 1977. Laureata in Filmologia presso l'università Roma Tre, ha realizzato come regista e come montatrice diversi cortometraggi e documentari. Tra gli ultimi, ha montato il video "Carne e ossa" di Andrea Cocchini, vincitore del premio "Pronto soccorso giovani artisti" del Comune di Roma.


IML 2003 - Pissies not sissies di Charles Lum Corto/Intervista. 12 minuti. 2004, colori, Beta Usa.
“Pissies not sissies” è la prima di tre istallazioni che esplorano l’”International
Mister Leather” contest. Ovvero un meeting mondiale dedicato all’immaginario bdsm gay. Noi seguiamo gli “Iml boys” mentre navigano attraverso il contest, l’hotel ospitante, i parties a tema e il flusso constante di eventi interni ed esterni al meeting. La sezione specifica Pissies Not Sissies” porta le telecamere direttamente nel bagno della hall dove avviene il contest e propone ai partecipanti tematiche legate alla pratica dei “watersports (feticismo dell’urina)” come la performance, l’imbarazzo, il desiderio e il voyeurismo in un display shockante e basato sul confronto che invita ad un’analisi sull’assimilazione sia interna alla subcultura leather sia rispetto al mondo esterno.

Overdue Conversation di Charles Lum Corto/Intervista. 10 minuti. 2004, colori, Beta Usa

Un lavoro di confronto che penetra la tematica dell’AIDS con una nuova tattica:l’Overdue Conversation. Tale modalità cerca di deoggettivare l’intervista documentaristica creando un triangolo tra due prospettive video individuali e l’audience. Ciò avviene eliminando la lo staff di operatori. Ogni soggetto e ogni punto di vista sono rappresentati dalla compresenza nello stesso schermo che viene slittato in due e che sviluppa un dialogo sul tema dell’onestà sessuale legata all’etica dell’oting rispetto al proprio status sierologico. La narrazione viene infatti attuata da due soggetti- nello specifico lo stesso regista e un suo partner – che affrontano temi come la pubblica libertà, la privacy, l’outing, le dinamiche sessuali e le problematiche legali. Questo corto suggerisce un nuovo paradigma per la Reality TV nonche apre la frontiera del’autorappresentazione come strumento di profonda ricerca nel panorama delle scienze umane, essendo il soggetto narrante lo stesso Charles Lum, tra analisi, paure, nudità.


Charles Lum

Fotografo e film maker, Charls Lum ha una visione dell’HIV senza sena compromessi e che tocca la sua esperienza personale. Laureato al Carleton College Lum rende un MFA in fotografia allo School Of arts Insitute di Chicago nel 2004. Lum ha lavorato per 20 anni come Location menager per films. Un’enorme serie in espansione dei suoi corti sono stati proiettati in tutti i festival del mondo.


THE GIFT di Lousie Hogart, Documentario 2003 colori. Usa (ANTEPRIMA NAZIONALE)

Dando una piccola legenda alla navigazione semantica del film possiamo introdurne le figure topiche dicendo che il “Gift Giver” e’ l’uomo sieropositivo che “regala” l’infezione. Il “Bug Chaser” è l’ uomo sieronegativo che vuole “deliberatamente” farsi infettare mentre il “Bare Back” come preannunciato rappresenta le pratiche di sesso non protetto volte all’infezione. “The Gift” documenta il fenomeno dell’infezione deliberata da hiv. 20 anni dopo il panico iniziale c’è una nuova pratica pericolosa che si espande, sostenuta dall’idea che l’AIDS è una malattia ormai gestibile. Dalla consapevolezza del Safe Sex al desiderio conscio dell’infezione, nuovi trends di comportamenti a rischio hanno incrementato incredibilmente il tasso delle infezioni da hiv. Seguendo il mantra del “Don’t ask Don’t Tell - non chiedere/non dire” e usando il web per creare connessioni e promozioni, la comunità “bareback” sta fiorendo e costruendo nuovi ruoli sociosessuali come il “bug Chaser”o il “gilft giver” e, soprattutto. I “conversion parties” dove si pratica l’infezione. Il film documenta uno spaccato di questa realtà complessa attraverso la storia di Doug, un bugchaser da poco insediatosi a San Francisco. Lo spaccato visivo non lascia tregua, entrando nella nudità con le telecamere nella molteplicità di motivazioni che producono l’isteria dell’infezione volontaria nonché nelle ipocrisie dalla narrativa politicamente corretta prodotta dalla comunità gay che, usando due pesi e due misure, teorizza la vivibilità dell’infezione attraverso i farmaci e contemporaneamente la nega, cercando di tutelare la parte negativa della comunità. Eros e thanatos si mescolano in una copula senza respiro. Un film di apnea da cui si esce cambiati. Una cronaca postatomica che decreta la fine di un ciclo storico ad opera di una donna che ha preso il coraggio a due mani per portarci una testimonianza cosi complessa e sfaccettata.


Lousie Hogart

Regista e femminista, è la fondatrice e direttrice della produzione documentaria indipendente “Dream Out Loud Production”. I suoi documentari ragionano sui temi dell’HIV/AIDS, del precariato, e dei diritti umani. La Dream Out Production è specializzata in storie vere di eventi e persone. Lousie Hogart crede in modo appassionato nel potere che il documentario ha nel toccare i cuori cambiando le attitudini delle persone. Ha co-prodotto “The Panama Deception” 1993 che ha vinto un Academy award È stata la regista, produttrice e scrittrice di “Ollie Mae Johnsons’s Petition for Clemency” che ha vinto il Wiley P. Manuel Award.